Ci sono persone che faccio fatica a seguire, anche quando comprendo che la strada che percorrono è la sola percorribile.
Mi succede a volte, perché nella vita di tutti i giorni riesco a evitare i vicoli ciechi, le scelte obbligate.
In generale, mi tiro indietro di fronte alle scelte obbligate. Succeda pure che il tempo, inesorabile mi ponga di fronte al fatto compiuto. Perché dovrei preferire tra opzioni che odio, di pessima qualità, compiacendomi d’aver saputo selezionare il meno peggio?
Io lo subisco, il meno peggio, a volte più del peggio. A posteriori, ci troveremmo tutti d’accordo a dire che il peggio è passato, ma il meno peggio non passa mai e claudica, arranca e si barcamena, ma ci logora dentro, ci consuma e, sovente, ci sopravvive.
Ecco, a questo penso sempre, il giorno in cui devo andare a votare.
Invidio il disincanto di chi sa accontentarsi, ben sapendo che il compromesso, tanto vituperato, che nessuno si dice disposto a subire, salvo subirlo sistematicamente, persino quando siamo soli al mondo e potremmo non rendere conto a nessuno e, a maggior ragione, quando dobbiamo rendere conto agli altri, visto che gli altri sono molti e molto vicini, ebbene, il maledetto compromesso è il perno della democrazia.
Come adeguarsi a votare persone di cui non si ha stima, fiducia, da cui si è più propensi a guardarsi come dalle brutte malattie che ad accettare favori?
Si potrebbe sforzarsi di considerare che votare il meno peggio non è un mero accontentarsi, in realtà, è tutt’altro, perché noi non possiamo sapere se le nostre migliori volontà saranno sempre o per sempre utili agli altri: nessuno lo sa, ma possiamo tendere a migliorare noi stessi, anziché in assoluto, perlomeno come candidati o elettori, provando a essere, candidati o elettori, all’altezza del nostro compito.
Migliori sono i propositi, di maggior valore sarà il meno peggio.
Votare il meno peggio può davvero essere indicativo della nostra qualità, perché potremmo, non fossimo abbastanza bravi, fossimo ignoranti, disinformati o tutt’altro che disinteressati, avere motivi per sostenere il peggio.
Il meno peggio, soprattutto quando la qualità dell’elettorato e dei candidati è elevata, se non ci assicura buone amministrazioni, ha maggiori probabilità di risparmiarci le cattive.
Mi sono sentito spesso poco rappresentato, ma cosa mai significa “non sentirsi rappresentati”?
Neppure nostra madre, cui somigliamo molto, potrebbe rappresentare in toto le nostre idee, né noi le sue.
Eppure, innegabilmente, in molti voterebbero per la propria madre e forse, almeno lei, voterebbe per noi, anche se non siamo santi.
Che il candidato non ci somigli, che non pensi ogni cosa come noi, che non sappia ciò che noi sappiamo, in democrazia, non dovrebbe scalfire la nostra motivazione, il giorno delle elezioni. Somiglierà ad altri, magari più belli di noi. Penserà cose che noi non immaginiamo, saprà cose che, in molti, giudicherebbero più importanti da sapere di quelle che sappiamo noi.
La gestione del potere, fosse anche il potere farlocco dei tirapiedi, dei portaborse, dei consulenti, dei segretari, e sottosegretari, amici del capogruppo, del partito e del movimento, che baciano, ogni giorno della loro vita, le natiche di qualche mostro sacro, titolare di un potere che al mercato mio padre comprò, un potere meno intermediato di quello della classe politica, che ne è, qualificata o meno, accessorio, in molte occasioni richiede consapevolezza e dedizione: la consapevolezza di star gettando una moneta in una fontana, nella speranza che il desiderio espresso si avveri, e la dedizione di seguire i singoli passi dei nostri progetti, anche quelli a lunghissima scadenza, come se non fossimo destinati a consumarci in meno di un secolo, ma fossimo noi, i nostri figli, i nostri nipoti, a beneficiarne; come se fosse vero che, sopravvivenza a parte, ogni cosa che facciamo, sarà stata fatta per gli altri.
Fatico a seguire l’esempio di chi si dice pronto a giudicare la bontà di un programma elettorale, ben sapendo che quel programma è l’espressione di un principio, ma per nulla un obiettivo, se non incidentalmente, tanto è etereo il nesso tra ciò che si vorrebbe e ciò che si potrà fare; come la pace del mondo per Miss Italia, che ogni miss si prenderà la briga di auspicare, tutt’al più rammaricandosi di poter incidere molto poco o nulla, al riguardo.
Saranno ristrette minoranze, raramente note, quelle che costruiranno modelli di fattibilità, valuteranno periodicamente il grado di conseguimento, si faranno carico delle responsabilità di un fallimento, capitasse di fallire.
Eventualmente, ma sarebbe una coincidenza, qualcuno potrebbe attribuirsi il merito di un successo, anche quando non sia il caso di definirlo tale o, se lo fosse, quando non sarebbe davvero il caso di pretendere di attribuirselo.
Se questo fosse il mondo perfetto, votando, in tanti, un candidato, si potrebbe legittimamente supporre che quelli non votati fossero esclusi e che gli obiettivi indicati come prioritari, l’eletto provasse perlomeno a perseguirli, ma la pluralità di etichette, di simboli e particolarismi, alla lunga, assomiglia sempre più al carnevale, alla fiera di paese, solo che, anziché sfilare sui carri, i partecipanti tendono a sedersi sul carrozzone e non rialzarsi più.
Colui che non voteremmo mai, a cui abbiamo preferito chi non farà nulla per ottenere ciò che ci servirebbe, ma almeno è, per quanto ancora riusciamo a capirne, una brava persona, ce lo troviamo, alla fine, dalla nostra parte.
Ben sapendo che non avrebbe senso dolersi della responsabilità intellettuale di aver sostenuto inciuci, per un semplice elettore, soffro, spesso, come se fosse colpa mia, di non avere abbastanza potere per affossare, con il voto, certe presenze sgradite… o almeno di non dover mangiare se non con amici.
Allora, quello che, più che un sogno, è il delirio di rifondare le regole base della nostra Repubblica, si impadronisce di me, come fosse possibile sovvertire gli attuali equilibri senza spargimento di sangue.
Allora diventa importante anche ciò che non lo sarebbe, come una legge elettorale che miri alla rappresentanza e alla governabilità, intanto, prima che alla garanzia (e forse al diritto) di vita eterna per organi, cariche, ruoli e istituzioni.
desidererei che nessuna vita fosse eterna, neppure quella delle Istituzioni, per capirci.
Anche le Istituzioni è giusto che muoiano e siano sepolte, magari con onore, anziché deambulare moribonde o morire di stenti.
Desidererei anche altre cose, ma suppongo che sarebbe più facile costruire da zero che ristrutturare.
S’è fatto così piuttosto spesso.
Immagino che qualcuno dissentirebbe, così, coltivo la mia ostilità verso il degrado e le inefficienze, segretamente.
Disprezzo, a volte a ruota libera, il miglior impegno civico di alcuni, pur riconoscendo che nessuno, neppure i peggiori, perseguono la carriera politica per interesse biecamente personale. Di bieco, sovente, c’è solo l’arroganza, che poi è una forma di speranza, di ritenersi sufficientemente importante da fare la differenza, con il proprio contributo, preferendo identificarsi con il Messia e poi essere crocifisso che con Pincopallo e lavorare sodo.
Anche morendo male e prima del previsto, ci sono sempre buone probabilità che un idiota sia santificato, a posteriori, mentre chi vive a lungo, galleggiando in acque torbide, anche spezzandosi la schiena, venga quasi sistematicamente delegittimato.
Sono così numerosi, nella storia recente, a dirla tutta, non solo italiana, i deus ex machina giunti ai vertici del potere, che il legame tra lo stupido che vota uno stupido e lo stupido che viene eletto, entrambi convinti che il secondo cambierà il mondo, è andato consolidandosi, mentre quello che c’era, posto che sia vero che c’è mai stato, tra popolo e governante, quella sorta di delega a operare nell’interesse della collettività, si è sempre più diluito, tanto che a molti pare pretestuoso votare con l’idea di esprimere una preferenza e illusoria quella di partecipare alla Cosa Pubblica, di farne parte.
Invidio e compatisco il puro disincanto, che poi tanto puro non è mai, imputridito dalla contaminazione.
Ecco, il compromesso richiede contaminazione, che ci ammorba, come un virus, e immunizza, allo stesso tempo; ci costringe a rinunciare a un po’ della nostra tanto amata identità individuale, ripagandoci di una identità collettiva, se ci va di averne una.
Ammetto, spesso non mi va affatto d’essere simile ai miei simili, prossimo al mio prossimo, ma, tant’è, credo che avrò cose a cui pensare, nei prossimi anni, e poco tempo da dedicare, così, ancora, tappandomi naso, occhi, orecchie e, soprattutto, bocca, con molto Maalox in corpo, oggi, stringendo mani e regalando sorrisi, eccomi ancora che vado a votare.
