• La via anonima dell’illuminazione

    Alcune persone sembrano assecondare la propria natura, come se fosse facile e non ci fossero alternative, con un’urgenza e una spontaneità che sembrano escludere implicazioni etiche, spirituali o morali, come se la loro volontà non esistesse o fosse animata meccanicamente dai bisogni, in una scala di priorità indiscutibile, immutabile e ogni azione non fosse conseguente a decisioni, pressioni, scrupoli o dubbi, bensì a un’ineffabile successione di eventi la cui sola variabile è il tempo, posto che il tempo esista o che esista altro che non sia il tempo.

    Essi lo fanno, in certi casi, inconsapevolmente, come è naturale, per il vento, essere vento e per un arto, arto.

    Ciò è qualcosa di simile alla concezione buddista di esistenza, elaborata in seno a una visione che tende ad annullare, fuori dal ciclo della vita, la singolarità delle nostre esperienze, assimilandoci a frazioni di qualcosa, che c’è, indipendentemente da noi, ma di cui siamo parte indissolubile, cosciente pro tempore ed eternamente in armonia col resto, una volta che quella coscienza sarà estinta e, quella ferita, per usare una ricorrente immagine buddista, metaforica ma efficace, curata a dovere.

    Non vedo necessariamente del male nel fatto di assecondare la natura.

    Tuttavia, non tutti gli uomini si vivono in coerenza con essa. Alcuni snaturano il proprio senso fino a incarnare il dissenso verso sé stessi, esplorando la contestazione delle regole più evidenti in controtendenza, anticipando o provando a frenare fenomeni creativi, resistendo o causando processi degenerativi, ribellandosi al tempo, modellando lo spazio, negando la vita, la morte, la forma, la luce.

    Alcuni uomini, la natura, la combattono con violenza, in certi casi, finché essa non è sconfitta, arresa a una volontà ferrea o all’incoscienza più disperata, poiché appare ancora evidente che, a modo suo, la loro non collaborazione è una via che può ledere agli uomini più che alla natura.

    Coloro che battono la natura ne negano il primato, a volte, rinnegando la ghiandola di cui sono secrezione, la pianta di cui sono frutto, ergendosi essi stessi a campione, come se fosse scontato che la loro concezione sia il fine ultimo cui riferire il futuro, oppure concepiscano una natura superiore di cui sarebbero strumento, fatta di una volontà preordinata, creatrice, da cui la natura scaturisce e le cui regole sono date.

    Dì per sé, negare la sudditanza al passato, partecipando al suo superamento, non è male, com’è, per molti versi, comprensibile che, alcuni, eleggano nuovi modelli, nuove vie maestre. Come non cogliere l’estrema umanità di una scelta tra natura e super natura, tra sé e il superamento di sé?

    Poi ci sono io e forse non solo, che a tratti, mi pare, ci sono quasi, ma non del tutto, non ancora. Un po’ mi dolgo d’esser così lungo a capire, quando Confucio intese la volontà celeste ancora trentenne e altri ancor più giovani.

    Mi consola che, di questo mio rammarico, forse diminuito da impreviste illuminazioni, dato che, può sempre darsi, esse potrebbero sorprendermi in extremis, prima che la vita sia finita del tutto, una morte che m’abbia invece negato il livello di sapienza necessario cancellerebbe ogni traccia, lasciando ai posteri poco più di nulla oltre un sincero sorriso