Ricordo pagine tutt’altro che celebri. Parole scritte per gioco che, per qualche strano meccanismo della mente, rimasero invischiate col resto.
In certi casi, quelle parole restarono riconoscibili come inutili e inservibili ma, in altri, formando un tutt’uno coi fatti che vissi, con il contesto, con informazioni salienti percepite un attimo prima o un attimo dopo, diventarono l’irrinunciabile accessorio a ricordare quelle stesse informazioni, quel contesto, quei fatti.
Ricordo poco di certe giornate, delle emozioni che provavo.. ricordo, mio malgrado, la forma di una nuvola che passava, mentre parlavo a un amico, a una bella figliola. Ricordo l’odore dei tigli e la pelle cotta dal sole.
Allo stesso modo, ricordo certe frasi isolate, che non erano importanti e che, a pensarci, non lo sarebbero neanche ora… non lo sarebbero per nessuno, oltre a me… e che invece lo sono solo perché non me ne scordo.
Ricordo le prime due righe di un libro. La battuta di un personaggio minore in un film. Una frase celebre che odiavo perché riuscivo a confutare, ma che ora non confuto più… e neppure più odio.
Ci si affeziona, a certe parole, ben sapendo che sono solo parole, che sono poco o quasi niente, che s’appiccicano e feriscono, che consolano e accalorano.
Io ne ho amate tante, in proporzione agli anni, e quelle che ho perduto, che non ricordo bene, anche se non so quali fossero, mi mancano.
Mi manca quello che ci siamo detti anche quando non so bene cosa fosse, ciò che fu…
… ma non si sa mai bene, cosa fu.
Aprii un blog come si accende la luce in una stanza buia. Era già tutto lì.
Non desideravo che il mio blog fosse letto. Avevo seri dubbi sul fatto che si sarebbe scritto, all’inizio.
Poi, pezzo dopo pezzo, come ci s’abitua a riconoscere i contorni delle cose al buio, ogni brano s’è mostrato per com’era. Il blog, alla fine s’è scritto da sé, senza clamore.
Tanto silenziosamente che non se n’è accorto nessuno.
Me ne sono accorto io quando ho capito che i miei scritti venivano completamente ignorati.
Inizialmente, non credevo che potesse dipendere da come scrivo, dalla qualità delle idee o dallo stile… avessi desiderato d’essere considerato un grande comunicatore, avrei seguito il consiglio di chi, già molti anni fa, aveva fortemente criticato i capoversi eccessivamente lunghi, le frasi prolisse, suggerendo di attenermi a standard di maggior garanzia, dato che c’è n’è in abbondanza, ma io non credo di aver mai avuto voglia di divenire un comunicatore.
La qualità poi non basta mai, neppure a me che la so riconoscere così poco… in fondo ne legge, la gente, di scritti senza pretendere che siano di qualità, per la ragione che, in quel momento, gli piace farlo… supponevo invece che dipendesse dal fatto che, la gente giusta, quella che avrebbe senz’altro apprezzato la lettura dal blog, restava, salvo che non avessi escogitato qualche stratagemma per cambiare le cose, irraggiungibile..
Così, per aumentare la diffusione del blog, ho pubblicato in inglese per un po’, allargando il bacino di utenza da poche centinaia di migliaia di utenti a oltre un miliardo di possibili lettori, sempre che ci fosse una ragione che convincesse quel miliardo di persone a guardare dalla mia parte e non, come faccio io, a occuparsi di cose più attraenti e distensive.
Oggi come oggi il blog è leggibile in oltre cento Paesi e ho una platea di lettori, conoscitori di una delle due lingue usate, potenzialmente senza confini; di fatto, oggi sono ignorato da un numero molto più grande di utenti, rispetto a prima.
Credo che la gente non leggerà mai quello che scrivo, se non viene dato loro un motivo per farlo, per cui, può essere che io non assista mai alla parte che mi farebbe più piacere e cioè, che quello che scrivo possa essere utile, in qualche modo, a qualcuno.
Non dovrebbe essere un problema, dato per assodato che di certo, qualche testa calda, finirebbe col lasciarsi ispirare da me in maniera che io ne avrei a pentirmene. Capitò a geni che convissero con la colpa di avere dei fan… ed erano geni; figuriamoci cosa potrebbe accadere a scritti come i miei, che per larga parte fanno leva proprio sull’irresponsabilità.
Per certi versi, il mio dovere, per il poco che ho potuto, limitatamente al tempo che riuscii a sottrarre a ciò che avrei davvero dovuto fare, l’ho fatto, non tacendo.
Sia mai che, ben lungi dalle mie preferenze, dalle mie finalità e dai miei desideri, succeda che qualcuno senta di fare il suo dovere prestando ascolto.
