• L’anima immortale degli infedeli

    L’agnostico non è quasi mai l’individuo arrogante che la gente crede, almeno non in quanto agnostico. Ci sono, si, anche quelli incorreggibili, che pretendono di mangiare preti e insegnare la verità anche a chi, della verità, non sa proprio cosa farsene, come ci sono, del resto, arroganti tra i vegani, tra gli esperti di economia e tra i barman ma, un agnostico, alla base, è solo uno che rifiuta l’obbligatorietà delle certezze, preferendo tenersi dubbi anche fastidiosi, acquisendo da ciò, anziché maggiore forza, una debolezza in più di chi sposi tesi, abbracci fedi o benefici di illuminazioni e rivelazioni.

    Egli non diventa per questo una brava persona ed è, non di rado, un santo che non ce l’ha fatta, un angelo mancato, come il diavolo dei cristiani, del resto, con la differenza sostanziale di non prefiggersi come obiettivo la dannazione delle anime altrui. Non gliene importa nulla, delle anime altrui e preferisce morire di stenti, piuttosto che sedersi al banchetto delle verità, se a esse non possa credere sinceramente.

    Crederebbe se potesse, ma non ce la fa.

    È un bene che nessuno pretenda più da lui conversioni istantanee in cambio della vita. Ci furono epoche meno inclusive, per gli infedeli. Salvo cedere alle pressioni e mentire, in altri tempi un agnostico sarebbe sempre costretto a morire in difesa della sua integrità intellettuale, posto che ne abbia una, e chiedendosi, fino alla fine, come possano, certe persone che, se non lo stessero martirizzando, potrebbero essere suoi fratelli, ritenersi tanto predilette da Dio da ucciderne altre, con fionde, roghi o guerre sante.

    Non è certo colpa sua se la maggior parte di noi non si sente affatto stupida, mentre orienta, ginocchioni, le proprie preghiere verso un punto cardinale preciso, mentre suona campanelle e si concentra a respirare, mentre si segna la fronte e il petto in memoria del figlio di Dio, mentre incide prepuzi, indossa turbanti, sacrifica agnelli, brucia incenso.

    I più neppure si domandano se vi sia un perché, in ciò che fanno, ma non mancano contestatori a priori o studiosi della storia dei riti e delle loro radici.

    L’agnostico, tra tutti, cercando il senso delle opinioni in quelle stesse opinioni e non nei riti, invece, si sentirebbe stupido sempre, dovendo ricalcare in blocco l’intera gamma di gesti che accompagna il culto di qualsiasi fede, ben sapendo che non spetterebbe a lui discriminare tra riti buoni e meno buoni, come fanno molti individui, a tavola, quando si trovino a dover distinguere tra la forchetta per il primo e quella per il formaggio o tra il bicchiere del vino e quello dell’acqua, per ragioni di etichetta, pur non disdegnando di bere vino o mangiare formaggio.

    L’agnostico conserva equidistanza, individuando spesso punti di coesione tra fedi molto lontane, talvolta abbastanza condivisibili da essere adottate a lungo come metro di giudizio, salvo cessare di essere adatte, al sopraggiungere di condizioni diverse.

    Egli sposa il principio di non infierire sui deboli, anche se non è indù, quello di non uccidere, pur non stimando Mosè, gode del sole del mattino, pur non essendo atzeco, ricorda i suoi morti, senza essere sumero e persegue equilibrio e nobile silenzio anche non essendo affatto un monaco tibetano.

    Poiché conserva per sé il privilegio di giudicare il merito delle nuove condizioni, anteponendo abitualmente la propria idea, su ciò che sarebbe adatto, addirittura ai precetti dei culti, egli è, per i fedeli, un eretico di sicuro e, pure, per molti infedeli, come minimo, reo di empietà.

    L’agnostico che non venga travolto, falciato per la sua incrollabile coerenza ideologica, osserva la ritualità di certe fedi con interesse, ma non riesce ad adeguarsi e a ricalcarla, perché teme di cedere all’intento deliberato di convertirlo che sospetta insito in ogni singolo gesto, dalle croci su fronte, bocca e petto, che ogni cristiano forma col dito alla lettura di un passo del Vangelo, al pugnetto che accompagna il mea culpa, al bar mitzwah, alla bottiglia rotta sotto i piedi nei matrimoni, alle preghiere cantate, alle luci votive, ai rinfreschi commemorativi.

    Tutto pare accessorio al rispetto di un ordine supremo che, in certe circostanze più che in altre, naturalmente, sembra arbitrario e autoreferenziale.

    Ci sono riti che non richiedono alcuno sforzo, più o meno coinvolgenti, più o meno divertenti, ma ognuno di loro suggerirebbe che vi sia un modo giusto di adempiere il proprio dovere, dato che lo si fa nel rispetto dei riti, e un modo non giusto.

    L’agnostico non può inchinarsi a ciò, non per arroganza, ma per onestà: anche a occhi chiusi, provando a fidarsi ciecamente, saprebbe di mentire.

    Sia chiaro, l’agnostico non è uno scienziato e porta con sé l’ombrello anche se gli sfugge il nesso tra la pioggia che cadrà e il suo gatto che, lavandosi, passò la zampina sopra l’orecchio.

    Egli si direbbe pronto a distinguere tra scaramanzia e superstizione, da un lato, e l’attenzione per i fenomeni che, anche se non li conosciamo, riteniamo, sempre a suo insindacabile giudizio, che siano reali, dall’altro, condannando le prime in sé e in chi le incoraggi, ma rispettando la seconda, in virtù di statistiche apparentemente confortanti ed esperienze che, in tutta sincerità, non sarebbero sufficienti a dimostrarne la fondatezza.

    L’agnostico non sposa neppure la fede in quei fenomeni, ma, come nei riti religiosi, ne apprezza, quando la vede, la valenza.

    La sensatezza di certe usanze ritenute più o meno adeguate, come togliersi le scarpe sporche, entrando in casa o cedere il passo a un anziano, anche se procede più lentamente di noi, per mostrare riverenza, è comunque arbitraria, anche se quelle tradizioni sono poste con attenzione particolare al buon senso e sempre rispettose, nelle intenzioni, del prossimo.

    Con tutto che ci vorrebbe un po’ per abituarsi, se, di punto in bianco, si sostituisse il segno della croce con la macarena e il padre nostro con una canzone rap, per l’agnostico non farebbe differenza. Per certi versi, anche un fedele, cui si dicesse che la macarena fu imposta dal volere divino, sarebbe legittimato a inchinarsi a esso e danzare fiducioso.

    L’agnostico osserva come, da millenni, le moltitudini si assoggettino senza reagire alle routine che non scuotano oltre misura routine precedenti. Come si passò dai Saturnali al Carnevale, dal Sol Invictus al Natale, temendo come la morte, più della morte, la constatazione insana che nel rispetto schematico di quelle routine ci siano sia il seme della nostra maggiore aspettativa di vita, dato che procedere ordinatamente ebbe pregi probabili, per certi popoli, rispetto a procedere alla chetichella, sia, pure, quello che germinò in stermini dei cristiani, degli indios, degli ebrei, dei curdi, dei tutsi.

    Molte persone possono constatare che i fatti accadano senza nessuna attitudine particolare alla sensatezza etica, con buona pace del Positivismo.

    Non ci vuole per ciò grande intelletto, più o meno come non ne serve per riscontrare la totale e assoluta consequenzialità degli eventi, nel senso che, accorgersi del legame tra volontà e caso, tra realtà e nulla, non è affatto una prerogativa dell’agnostico. Egli, più di un fedele, che discrimina in base alla migliore qualità delle proprie opinioni, qualità che non è frutto di una consapevole presa di posizione ma dell’accettazione delle posizioni altrui, non sceglie di non credere alla realtà, neppure quando essa mostri d’essere di pessima qualità, tanto da causargli conseguenze meno piacevoli di quelle che si sarebbe augurato, ma apprezzando, più di chi si sia imposto aprioristiche posizioni di rifiuto, fosse anche solo il rifiuto del Male, i doni del tempo, come un bambino che apre felice i regali di compleanno, anche se potrebbero esserci doni più e doni meno graditi.

    Egli sa che i segnali dell’anima che si manifesta, una volta abbandonato il corpo defunto, nelle vite dei credenti, in qualunque cosa credano, semplicemente potrebbero non essere segnali.

    Ciò che accade, egli pensa, accadrebbe comunque e non significa nulla di più di quello che significherebbe se non significasse nulla.

    Il fatto che un’anima non sia, compressa per tutto il tempo della nostra esistenza, finalmente libera di librarsi nell’aria, una volta che siamo morti, non è evidentemente un fatto. La sensazione che pervade e caratterizza la vita di alcuni di noi, forse tutti, per cui, non fosse per i limiti fisici, la nostra attitudine sarebbe quella di osare, mentre dobbiamo adeguarci, ipotizzando che ciò che oggi ci è precluso, non lo sarà domani, come ciò che era impossibile ieri, potrebbe non esserlo più, ebbene, potrebbe essere fallace.

    Ciò, tuttavia, non toglie che l’abbiamo.

    Essa ci fa volare mentre precipitiamo, ci fa amare mentre avremmo motivi di odiare, ci fa costruire, mentre tutto crolla, ci fa splendere, mentre tutto intorno è buio.  

    Vivi, non riusciamo a esprimere completamente la perfezione ideale delle nostre migliori intenzioni. Questo potrebbe essere un altro mero elemento costituente della nostra essenza, come l’istinto di conservazione. Ciò, tuttavia, non basta a stornare il presentimento che verrà un giorno in cui i nostri miseri corpi imperfetti non potranno più fermarci.

    L’anima bella che non ebbe respiro se non per il sacrificio, che soffrì e faticò oltre misura, se misura c’è, per sofferenza e fatica, l’agnostico, come un uomo che crede in qualcosa, la percepisce nella brezza del mattino, nel primo sole, nel pigolio di un pettirosso che non s’era mai avvicinato così tanto a noi.

    L’anima dei nostri cari, senza più respirare, è aria, senza più camminare, è terra, senza essere nulla di ché, è tutto.

    Noi la percepiamo perché essa è in noi, piccola e insignificante come le nostre idee, le nostre opinioni, ma ciò non basta a renderla irreale, dato che è lì.

    L’anima bella dei nostri cari è esattamente dov’era, anche dopo che sono morti, in un angolo della nostra mente che non crede in nulla, ma che la contiene.

    Questa è la realtà che viviamo, in fondo, non una teoria da condividere o una cosa in cui credere, ma qualcosa da imparare a riconoscere in noi, semmai. Sapere queste cose potrebbe servire, al momento giusto.