A non più di cinquecento metri dall’ultima casa del paese, sulla ciclabile per Marudo, il profumo delle spighe, dolciastro, inebriante, è abbastanza intenso da strapparti un sorriso di piacere. Un sottile godimento ti può accompagnare lungo tutto il tragitto, quasi fino a Caselle Lurani, passando per Pozzo Bonella o tornando dal ponticello, verso Calvenzano.
Non è un itinerario per asmatici, in questa stagione. D’inverno, alle 6, qui è buio pesto. Devi armarti di catarifrangente e sperare nella sorte, ma è niente in confronto alla stagione della caccia, quando senti le fucilate, manco fossero tornati gli austriaci.
A primavera è tutta un’altra storia.
Non c’è nulla, nella campagna tra Lodi e Pavia, che possa rimanere impresso nella memoria di un gitante. Anche le cose belle, altrove, sono probabilmente più belle, così nessuno passa di qui apposta.
Bisogna esserci già.
Il grano maturo, i fiorellini di ligustro, il gelsomino, il profumo dei pini, quello dei cespugli secchi, simile alla liquirizia, quello dell’erba, non so se sia sempre stato così, come ora, ma li adoro, li cerco e ne sento la mancanza, nei mesi invernali, in cui la terra sembra morta e non profuma di niente, neppure di umidità.
Non ho mai amato i fiori particolarmente, non li conosco e penso che il questionario dei tre giorni sia proprio fuori dal tempo, come dice la canzone, ma amo quando la natura si fa sentire.
Amo il sole alto e il caldo torrido, anche quando corro. Tanto, io non devo battere il record del mondo.
Quando ho sete, bevo, quando sono stanco, mi fermo e, se è troppo caldo, una volta a casa, faccio una doccia fredda.
Amo la terra a primavera, quando si risveglia e sembra anch’essa respirare, amo l’alba che arriva sempre prima e il tramonto che non arriva mai… Non capirò mai quelli che preferiscono l’inverno.
Adoro il colore del cielo al crepuscolo e lo aspetto come fosse uno spettacolo, seduto, davanti a casa mia.
Certe estati – abbiamo comprato una panchinetta di legno, come quelle dei parchi – ceniamo e, mentre i bambini giocano o chissà che fanno, io e mia moglie beviamo il caffè, lì seduti, guardando quell’azzurro mentre imbrunisce.
Ecco, io ringrazio, per cose così.
La gente che ne capisce non penserebbe mai di perdersi qualcosa, a non conoscere Vidardo.
Do loro ragione: non se la godrebbero. Vadano a Parigi o a Tahiti.
Qui possiamo stare bene noi che siamo fatti in un certo modo.
Io siedo lì, con la Ale, e mi sembra di essere in Egitto o in Marocco… dietro le case c’è campagna a perdita d’occhio. Il rumore che si sente non è quello delle onde, che si frangono sulla spiaggia, ma quello delle sparute auto di passaggio sulla provinciale, poco lontano, un po’ attutito e ingentilito dall’aria d’estate.
Dalla mia panchina, lo potrei giurare, parrebbe davvero esserci il Mar Rosso o l’Atlantico, dietro le ultime piante.
Come nel deserto, l’orizzonte è polveroso, il tramonto è senza nuvole, le case sono basse e squadrate.
Vidardo, è un peccato che non sia altrove, perché c’è proprio da chiedersi cosa pensassero, quelli che l’han scelta per abitarci, all’inizio, invece di un qualunque altro luogo, che, all’infuori del profumo del grano maturo, dell’indaco del cielo al crepuscolo e di una serie di altre cose che, a pensarci, si trovano in tutti i posti del mondo, è maledetta da dio e dagli uomini.
Vidardo sarebbe un eccellente porto di mare, un pittoresco avamposto di frontiera e sarebbero comunque le sole ragioni per cui andarci.
Potrebbe passare alla storia se solo ci fosse una graduatoria per la nebbia, l’umidità o le zanzare… credo sia già ben classificata per l’inquinamento.
Non ringrazio certo per le zanzare, ma quest’anno il caldo si fa desiderare e anche loro non vengono volentieri allo scoperto.
A dirla tutta, a Vidardo proliferano anche altri insetti, come le scutigere, le scolopendre, le cimici o animali come le rane, le lumache, le bisce e le talpe.
Secondo l’annata, compare una specie nuova, che si credeva estinta, come le farfalle di un paio di anni fa o le api, in pericolo ovunque, tranne nel mio giardino.
Io no, ma qualcuno giura d’aver visto ragni violino, cinghiali e lupi.
Alle volte, tre o quattro l’anno, tira vento. Spesso, piove.
La pianura regala temporali che traumatizzano i bambini.
Io però, da casa, quando piove, con lampi e tuoni, non posso dire di essere triste.
Guardo l’acqua che scroscia, conto i secondi tra lampo e tuono, come da piccolo, per capire se viene o va, penso alle nuvole nere che arrivavano da ovest, al “rosso di sera, bel tempo si spera”, ai giochi di strada dei bambini, come mille anni fa.
Non ringraziavo, prima.
Lo faccio ora, da vecchio, quando mi scopro felice per una cosa che ho visto, quando il mondo mi sembri ancora bello.
Ringrazio a caso, naturalmente, e nessuno in particolare. Come quando stai sudando e arriva una ventata leggera, che i nonni dicevano “la Madòna la va in giardin”, come quando qualcuno canta bene, che non mi spiego perché non tutti si entusiasmino come me… fosse normale, cantare bene, quando i più lo fanno malissimo.
Ringrazio chi canta, oppure suona o balla, ma lo fa talmente bene che mi pare che sia giusto ringraziare.
Non ringrazio per il gusto d’aver fatto una bella scoperta, come chi compiace sé stesso per ciò che fanno gli altri, ma per il dono di una vecchia conferma, assaporando l’effimera dolcezza di un universo in continua evoluzione, ma sempre uguale a sé stesso, alba dopo alba, crepuscolo dopo crepuscolo, stagione dopo stagione.
Ringrazio il piacere fatto da un universo amico.
Godo il poter riconoscere la stessa fragranza originale della prima volta che ho sentito un profumo, quando ritrovo, sempre più in profondità, echi di emozioni antiche, quando riesco ad apprezzare la quotidiana sorpresa di ciò che non sorprende, come il fatto che le stelle brillino ancora, nonostante tutto, allo stesso modo, per tutti gli abitanti della terra, ma ognuno abbia la sua esclusivissima relazione con esse e, ogni volta che ne vede una, quella sia solo sua.
Bisogna essere vecchi abbastanza, per apprezzare tutto ciò.
Bisogna essere vecchi o saggi…
Oppure bambini.
Soprattutto, dobbiamo essere fortunati, perché, per qualche ragione, non tutti ne godono… e non sempre.
A volte non ci si riesce proprio, perché la vita è sovente avara di soddisfazioni con chi non sappia goderne e, con somma ingratitudine, finisca col divenire indifferente.
Ecco perché, se capita, conviene davvero ricordarsi di rendere grazie.
