• Weekend in montagna

    Amo il mare.

    Non nego che alcuni panorami, come ne puoi ammirare solo a certe altitudini, abbiano fascino. Solo, non amo che l’ombra cali su di me prima del previsto, che il sole scompaia dietro un monte alle quattro del pomeriggio e che la temperatura scenda sotto i dieci gradi anche d’estate.

    Io amo l’estate e, in tutta la mia villania, nel mio più conclamato provincialismo, l’associo alla riviera, alla giovinezza che fa bella mostra di sé in succinti costumi da bagno, al sollievo dell’acqua fresca, quando il sole è forte. In montagna, conto d’andarci quando sarà troppo l’imbarazzo di spogliarmi, dedicandomi all’esplorazione dei sentieri e all’osservazione di rocce e licheni, quando, anch’io vecchio e bisognoso di aria buona, lo considererò più salutare, salvo consumarmi a grolla, polenta e capriolo.

    Fatto sta che mi sono lasciato convincere ed eccomi in montagna in agosto. L’amica dell’amica del mio amico, in effetti, si propone bene, disinibita e accattivante. Nel presentarsi al gruppo, appassionato alla montagna forse meno di me, ci annuncia, senza troppi complimenti, che qui in quota non c’è molto da fare, così, per divertirsi, la sera si farà del sesso. Per noi va bene… Sospettiamo che potrebbe essere un fuorviante pezzo di repertorio, ma la cosa non ci turba. Tanto più che la serata comincerebbe a tavola e mangiare bene piace a tutti. “Saremo io, la Candy, la Giusy, Stefy, Rosy e Lilly. Più un paio di amici del paese.”  “Bene, io, Holly, Bengi e Hiroshi vi raggiungeremo sul posto!”

    Quando entriamo, tutto sembra perfetto. La tavola è apparecchiata, le ragazze sono carine, i ragazzi sono pochi. Il vino, già dalle prime battute, scorre come lo Yang-Tze nel periodo dei monsoni!  La compagnia è strana. Tutti sorridono amichevolmente, ma ho, da subito, come l’impressione che verremmo picchiati se non bevessimo tutto quanto ci viene offerto.  Dopo l’antipasto di speck e delle salsine che ho mangiato ma che non ho capito, la sensazione si fa più concreta.

    Le ragazze, infatti, non perdono occasione di dire quanto sia forte Gregor, il tizio che occupa la sedia alla mia destra… di Gregor lo spaccalegna, di Gregor che, quella volta che il carro si ruppe, trasportò mezzo tronco, a mani nude, per cinquanta metri. Gregor, tarchiato, biondo, paonazzo, scopre gli avambracci grossi come il mio cranio e mostra i segni indelebili lasciati dal grosso ceppo. Emette un suono gutturale tipo rutto, che forse, nel dialetto locale, è pure una parola ma io lo confondo col suono classico di chi sta per sputare, o rigettare, così mi ritraggo, istintivamente. Gregor, per rassicurarmi, mi porge il settimo, straripante bicchiere di rosso, proprio mentre una asciutta cameriera comincia a servire i primi, così replichiamo subito, brindando al risotto con la salsiccia.

    Ai tortelloni con la carne stappiamo la nona bottiglia. Davanti a me, il mio amico Bengi, con in mano un bicchiere vuoto, pare piuttosto brillo. In stato semi-confusionale, disegna figure geometriche con gli occhi nel metro cubo d’aria di fronte al suo viso.

    L’altro indigeno presente, seduto quasi di fronte a me, dev’essere il capo del branco. Sorride distaccato, probabilmente immagina che noi, dalle nostre parti, beviamo un po’ meno di loro, in media. Sembra intendersi a meraviglia con l’altro mio amico, Holly, il più anziano, il saggio. Un uomo con la testa sulle spalle e, soprattutto, con una moglie a casa.  Holly ricambia i sorrisi ma i suoi occhi esitano qualche secondo sulla mora che gli siede di fronte, un paio di posti di fianco a me. Lei, lo vedo anch’io, ammicca sfacciatamente. Mi ricorda la Contessa Aleksandrovna di Woody Allen. Un metro e settantacinque, un decolté in cui è difficile non confondersi, capelli neri corvini, abito nero, spacco inguinale che non lascia nulla alla fantasia, scarpe tipo “suola con spillo” con allacciatura alla “(sono la tua) schiava”, sorrisetto angelico sotto un chilo di rossetto rosso acceso e occhi verdi come la kriptonite…

    L’amico vacilla e posa un secondo il bicchiere. L’indigeno lo chiama: “Hey! Tu brindi con me!” Il quadro si dipinge in un baleno. Vedo scorrere i pensieri del mio saggio amico come i sottotitoli di un film in lingua originale: il grande capo lo sta sfidando a bere all’ultimo sangue… Il palio è la mora.

    Sul finire della tredicesima bottiglia di rosso, prima che il tris d’arrosti fiorisca nei nostri piatti, una nuova cameriera, più grassa dell’altra, ma ugualmente poco gioviale, libera il tavolo, riponendo tutto in una grossa cesta, dai cadaveri delle prime bottiglie… un numero esorbitante! Potrebbe essere l’immaginazione, ma, nella confusione, io odo distintamente il canto delle sirene! Mentre accompagno Bengi a vomitare per la prima volta, mi accorgo che, dietro la porta del bagno, la mora sta provocando il povero Holly con frasi del tipo “…sotto le mutandine sono tutta nuda!” …

    Lui non le risponde. Sorride, ma io lo conosco bene e so che quello non è un sorriso. È più un ghigno, come quello di chi soffre ma non vuole che lo si sappia. Penso all’angolo del ring, al coach che ha già in mano la spugna da gettare e al pugile che cerca di mostrare coraggio mentre gli occhi sono semichiusi. Lei torna nel ristorante e io approfitto per avvicinarmi a lui. Il troppo vino mi rende difficoltosa la messa a fuoco; non è quindi un’occhiata d’intesa, la nostra, ma più una fantasiosa interpretazione di quello che, stimiamo, potrebbe essere il pensiero dell’altro. Siamo due marinai sul ponte della barca che affonda e l’ubriachezza devastante di entrambi è l’imponente mareggiata che ci affonderà. Sappiamo tutti e due che è un destino triste, ma in questo preciso momento non sembra neppure riguardarci. Dobbiamo combattere fino all’ultimo istante? Ok, si può fare.

    In un’occhiata etilica che racchiude un po’ tutto il senso della vita, Holly mi chiarisce che se, tornati a casa, dovesse sfuggirmi una parola su quanto succede o succederà stasera, che so, con sua moglie… Non prosegue nella frase e, quella che poteva diventare una minaccia, nel silenzio, mi pare più una preghiera, un voto.

    Non penso neppure per un secondo che ciò che propone non sia etico, non penso al fatto che conosco sua moglie, che mi sentirei in colpa per la vita e che, se aveva intenzione di coinvolgermi in grottesche avventure di tradimenti e sotterfugi s’era sbagliato completamente su di me.

    Forse per l’alcol, forse perché immagino meglio di lui cosa accadrà dopo, non devo fare nessuna fatica a rassicurarlo. Anzi, sicuro che non avrò mai bisogno, in futuro, che mi ricambi il favore, mi compiaccio di essergli utile. Sorrido sinceramente e ammetto che probabilmente non ricorderei nulla davvero. Egli ricambia il sorriso e mi crede… Sapesse ora come finirà la serata… beh, sarebbe meno spavaldo.

    Il duello infatti continua. Bengi, di nuovo al suo posto, grida alla cameriera, colpevole di non aver ritirato il bicchiere che lui non aveva ancora ultimato di vuotare. “Vecchia scrofa!”, le dice, ma la cosa, fortunatamente, non sembra impensierire la donna… Holly tiene duro. Il loro leader infatti e ubriaco fradicio, ma resta subdolamente dritto sulla sedia, impenetrabile, con uno sguardo per nulla preoccupato.

    Dopo quattro bottiglie d’amaro e due di grappa, tracannata, a onor del vero, prevalentemente dalle ragazze del posto, realizzo che Holly è caduto in una trappola. Il leader del branco ride di gusto, ma il suo volto, prima controllato ed enigmatico, ora appare brioso e vitale. Quella trasformazione segna la sconfitta del mio amico, perché la sua espressione, pur imbruttita dall’alcol, è infatti molto più naturale ora di quando siamo arrivati, come se il leader fosse ubriaco quand’era sobrio, mentre ora, dopo… cielo, ho perso il conto anche io… dozzine di bottiglie di vino, avesse il pieno controllo di sé. Mr Hyde, capisco, deve prendere la pozione per tornare normale, solo che, quando è normale, è completamente sbronzo!

    Holly si arrende, appoggia il mento sul tavolo e fa un rutto di proporzioni bibliche… Gregor, come se si sentisse chiamare nella sua lingua, si gira verso di lui per qualche secondo, aspettando il seguito.

    La mora grida:” Andiamo a ballare?” Bengi, che nel frattempo s’è tolto la camicia ed è rimasto in canottiera a costine, grida “Si!” poco prima di vomitare per la seconda volta.

    Ci troviamo stoicamente in piedi nell’atrio del ristorante, dove uno specchio ci palesa le nostre condizioni miserevoli. Io e Holly ridiamo senza motivo, indicandoci nel riflesso. Bengi canta “Nessun dorma”, recitando a memoria le parole esatte, ma con la voce da soprano. Poi mi urla in un orecchio: “Noi tre siamo troppo una bella coppia!” In effetti siamo tre…. Mi viene in mente che la nostra coppia era formata da quattro persone!  …Non importa! È troppo tardi. Quando la barca affonda bisogna pensare a salvare sé stessi.

    Ci avviciniamo alla macchina e il saggio si mette al posto di guida. 

    “Ce la fai? “ dico io.

    “Ve la faccio cosa?”  “… A guidare, dico: ce la fai?” “Certo! Non sono così ubriaco!”

    Io salgo davanti e mi allaccio la cintura… Il giovane, dopo aver vomitato una terza volta, nel parcheggio e fatto pipì in un grosso vaso di pietra, contenente piante ornamentali, a pochi passi dall’ingresso del ristorante, si allunga sul sedile dietro. 

    Solo per un caso fortuito vediamo i nostri “ospiti”. Lo spaccalegna, il leader e tutte le ragazze, sorridenti e freschi come se avessero bevuto cedrata Tassoni per tutto il tempo della nostra “penitenza etilica”. Stanno entrando in una porta di fianco al ristorante, illuminata dalla scritta “dancing” …

    L’auto non sarebbe davvero necessaria ma, per qualche strano motivo, non scendiamo. Holly dice una cosa del tipo “Restiamo qui dieci minuti, poi entriamo e…” Ma io non sento nulla di più perché mi addormento e mi risveglio, primo tra tutti, con la cintura ancora allacciata, dopo cinque ore…

    Ho già detto che non credo molto nell’amicizia? Cioè… In linea di principio sono assolutamente votato ad essa, come all’amore, alla patria e tutte quelle stronzate lì… Ma non ne farei sensazione. L’amicizia mi ha fregato spesso ma, a ondate, mi ha sorpreso, è vero, anche in positivo… Ci sono persone che ci aiutano senza volere nulla in cambio e ci sono persone da cui non vogliamo niente, ma che amiamo. È amicizia, questa? Disinteresse? Credo che questa cosa ci venga abbastanza naturale, che non dipenda dal nostro merito. Siamo animali particolarmente propensi a creare legami.

    Vero è che un’amicizia che si incrina è una cosa triste ma, per molti anni, ho considerato amici veri anche quelli persi, quelli che, tuttavia, per caso o perché era comodo, sono stati compagni di strada. Fare un piccolo tratto insieme, in quel singolo momento, fu un grande piacere.

    Per anni ho creduto a quella storia delle linee parallele, per cui uno può camminare molto vicino a noi, anche per un lungo tratto, ma non esserci amico mai, mentre un altro può imbattersi in noi solo per poco, a un crocevia, ma entrarci dentro indelebilmente. Di nuovo, è amicizia, questa?

    Resto scettico verso ogni tipo di struttura sociale precostituita, indotta da contesti scolastici, sportivi, militari e di colleganza, in cui l’amicizia è inevitabile quanto banale e subordinata a ordini e sistemi, in cui essere amici è un dovere e, spesso, una tediosa implicazione, ma, detto questo, ricordo amici veri della scuola, dello sport, del militare e del lavoro. Resto umano, infondo, anche se gli anni passano. Non è che la vita cambi tanto, in tanti anni… Si è solo più vecchi. È solo più tempo che rimuginiamo le stesse sciocchezze… ma non è così male, infondo.