• Cassiera per poco

    Non è mai stato il mio sogno della vita, ma eccomi allo sportello. È un buon posto, in fondo. Devo esserne orgogliosa.

    Quadro gli assegni, riordino le distinte, archivio un po’ di cose e, poi, sto lì ad ascoltare il collega anziano, che mi spiega come gira un programma che al corso non c’era. Parla gesticolando come a vantaggio dei non udenti, disegnando con le mani assurde figure nel metro cubo d’aria davanti a sé. Inoltre, attinge senza controllo dal gergo per addetti ai lavori, abusando di parole come “mission” e “contezza”, in pieno stile banchese, che è imbarazzante per chiunque, fuori da queste mura, e per me sola, dentro… imbarazzante e terribilmente noioso.

    Il mio collega, alla cassa vicino all’entrata, è odioso. Credo sia qui da un anno, ma si permette di guardarmi dall’alto in basso, baldanzoso e paternalista. Ha quel modo di fare, classico di chi sa poco, “falso-sicuro di sé” che detesto…  “Si, si, è così… Vai tranquilla… Se te lo dico io…?”. L’altro invece, quello della cassa centrale, è bravo. Credo sia abbastanza giovane, ma pare lavori qui da mille anni ed è preciso e disponibile… Se ho bisogno, domando a lui, anche se è un po’ tartarugone.

    C’è un altro ragazzo, un consulente di qualche società-prodotto. Carino, del genere che mette tutte d’accordo, il tipo di ragazzo che, se non lavora, è in palestra o in viaggio intorno al mondo… ma qui al lavoro sta quasi sempre al telefono.

    A pensarci, andrebbe bene come fidanzato di rappresentanza… di quelli che magari hanno pecche, a conoscerli, ma che, di primo acchito, sono buoni sia per l’estate che per l’inverno… Farebbe di certo la sua figura anche con le amiche, all’aperitivo: un bravo ragazzo, carino, atletico… Per i prossimi setto o otto anni almeno, figurerebbe sempre tra i meglio piazzati nelle classifiche di gradimento delle femmine in cerca di marito…

    Ecco, decisamente non è il mio tipo…

    …Ok, lo ammetto: quando viene verso di noi, a mettere qualcosa nello schedario o che so io, faccio dieci secondi di pausa anche se c’è un cliente. Infondo, l’occhio vuole la sua parte.

    Più in là c’è la direzione, col direttore, il vice e un altro tizio sui quaranta, che poi è l’apprendista sordomuto, incaricato della mia formazione.

    All’improvviso, mentre sono lì, tutta presa con il computer, che non va mai veloce abbastanza, sento il tartarugone che urla: “E’ armato! Aiuto!” 

    Mentre alzo gli occhi e ascolto l’odioso che rassicura: “C’è la porta blindata!”, un uomo vestito di verde, con una mitraglietta, spara una raffica. Il vetro infrangibile, come suggerisce il nome, s’infrange subito e il tizio entra senza far caso all’allarme, che suona insistente, come il più fastidioso antifurto per auto, all’interno dell’edificio e, probabilmente, alla più vicina centrale di polizia.

    Ha gli occhi fuori dalle orbite. Dovrebbero essere marroni, ma la pupilla si confonde col rosso uniforme dell’iride. Mi fa pensare al Ben Johnson dei tempi migliori, solo meno nero, perché, come per l’originale, la sua grinta non sembra tutta farina del suo sacco… e comunque direi che non è farina.

    Guarda verso di me mentre grida: “Baaa… bree! Aaagh!” Poi sorride, calmo, ed esclama “Questa non è una rapina… Mi va solo di giocare un poco con la vostra pellaccia!”. L’odioso ci prende subito gusto: ostenta sicurezza e si rivolge al sedicente “non-rapinatore”: “Amico, stai calmo, va tutto bene ok?! Ora riponi quell’arma e nessuno si farà del male!”

    Tutte frasi di repertorio copiate a Baretta o alla Premiata Ditta… Nella sua breve esistenza l’odioso non è riuscito a dimostrarmi di avere nel cervello qualcosa di suo. Il criminale si accorge subito di avere a che fare con un coglione. Lo interrompe, si avvicina alla sua cassa a passi svelti, gli punta la mitraglietta all’altezza del viso, a non più di un metro di distanza, e dice: “Dimmi un po’, Coglione!” (lo dicevo che aveva capito!), “Tu hai paura di morire?” L’odioso non risponde, gli esce un sibilo dalla bocca, tipo “Sahhh… Schhaah…!”, ma, dal tremito che gli ha preso la mandibola, si capisce abbastanza chiaramente che vorrebbe dire di sì. Il pazzo apre il fuoco, gridando, sulla scarica di colpi, “Non c’è niente da aver paura!!”

    Mentre l’ex-odioso cade con un tonfo sordo sulla moquette, dietro un provvidenziale schedario che mi nasconde lo scempio, il pazzo viene dalla nostra parte e, ammiccando, dice: “Se l’è proprio cercata…”.  Poi, tutto d’un fiato, fa al tartarugone: “… e dimmi, tu, hai paura della morte?”. E il tartarugone che fa? Si gira e mi guarda… come per chiedere a me di suggerirgli. D’un tratto me lo vedo scolaretto, con tanto di grembiule e fiocco, in piedi, di fianco alla cattedra, che, con un pochino meno pepe al culo, cerca aiuto mentre la maestra l’incalza: “Napoleone ha sconfitto gli inglesi a Waterloo? Rispondi! …Allora, Tartarugone, cosa aspetti? La sai o non la sai?”

    Passa del tempo. Non molto, probabilmente, ma la sospensione c’è e mi fa pensare ai colpi di scena nei film di Hollywood, in cui il cattivo sbuca sempre all’improvviso, salvo che, visti cento film, la sorpresa è sempre meno sorprendente e il tempo che passa, che inizialmente alimentava la suspense, come la chiamavano una volta, diventa sempre più un prevedibile scotto da pagare.

    “…No!” La risposta tuona improvvisa, stridula, è vero, anche perché, quando si è sinceramente terrorizzati, magari col disagio di trattenere, oltre alla paura, impellenti stimoli intestinali, come quelli che probabilmente stava gestendo il tartarugone, impostare la voce non sembra così prioritario… Tuttavia, non priva di orgoglio, di decisione.

    Il tono convinto della sua risposta mi ridesta dalla mia meditazione cinematografica. D’altro canto, se “Si” era la risposta sbagliata (e lo avevamo appena visto), “No” è senz’altro quella buona. Penso “Bravo Tartarugone!” Anche il folle lo guarda compiaciuto. Poco prima che prema il grilletto, gli leggo negli occhi un “Però! …Hai studiato!” Invece apre la bocca e grida: “E allora accomodati!” e spara. 

    Questa volta l’ho visto bene, il botto, a non più di un paio di metri dalla mia poltroncina colorata, ora non più d’azzurro rassicurante, tanto in voga negli arredi per ufficio, ma di un rosso acceso come il sangue del povero tartarugone.  …E ora chi mi suggerisce i codici dei conti, senza che debba andarli a cercare?

    Il pazzo viene verso di me: “Devo aprire un conto!”, dice, e spara al computer della mia postazione.

    Io nel frattempo penso che, quando ne sarò fuori, potrò dire di averla scampata per miracolo…  “Se solo uno dei proiettili fosse passato a venti centimetri più a sinistra! …Non bisogna scordare che si trattava di un pazzo!”.

    Poi faccio una sommaria stima dei danni… una porta blindata del valore di 30.000 euro, almeno due computer per complessivi 5.000 euro, un frontalino infrangibile (io testimonierò contro la ditta produttrice), arredi d’ufficio vari, una moquette irreparabilmente macchiata, due morti…

    Fuori c’è un certo viavai: sirene di due, forse tre auto della polizia… o forse un’ambulanza o i pompieri, non ricordo mai chi dei tre abbia quel suono di sirena lì.

    Il pazzo ora guarda verso di me e punta la pistola. Mi dice “Tirati via i vestiti!”

    Io non capisco subito, c’è una gran confusione, ma il pazzo non sembra accorgersi di avere i minuti contati. “Tirati via i vestiti… Adesso!” Io, imbarazzata, penso che sia meglio eseguire, anche se, probabilmente, la polizia (…o l’ambulanza, o i pompieri) irromperà giusto in tempo per gustare l’apprezzabile spettacolo del mio intimo da giorno feriale nuovo nuovo, bianco a fiori blu.

    Mentre mi chino, da sopra una spalla vedo il ragazzo della società prodotto, tremante, dietro una colonna, celato agli occhi del nostro vivace ospite.  “Proprio lì doveva stare! Che imbarazzo… Magari lo vedesse e facesse togliere i vestiti a lui! Invece eccomi qui col mio abitino in mano, mentre provo istintivamente a ripiegarlo.  “Che bei fiori blu…” dice il pazzo, (Lo so, grazie!) “ 

    Poi continua: “Ora, mettiti il reggipetto in testa! Ladra!”

    Ora, a parte che, lavorando fin da ragazza, sono sempre riuscita a tenermi lontana dalla malavita… magari è solo il suo perverso modo di manifestare spregio nei confronti di una categoria, i bancari, di cui io, cassiera per poco, non mi sento neppure membra…

    In ogni caso mi ci vedo, col reggiseno a fiori in testa, a seno nudo, con Società prodotto lì, che mi sbircia, ad accogliere la polizia: “Oh, meno male agenti! Appena in tempo!”. “Ma no, dai, su!” Sbotto decisa.

    Niente, il pazzo è irremovibile. Spara verso di me due o tre colpi, per errore, credo, nella concitazione… Ma tanto non mi ammazza, perché lavoro dietro un frontalino infrangibile che stavolta regge (niente testimonianza contro la ditta produttrice).

    “Ok, mi hai convinto… Via il reggiseno!” Rieccomi di nuovo girata, per sfilarmi la spallina… e riecco Società prodotto, dietro la colonna… Pare più sereno, ora… 

    A ogni modo, ancor prima che io mi scopra il seno, un poliziotto grosso e arrabbiato entra con un salto degno di Jean-Claude Van Damme e, atterrando su un ginocchio, sfodera il suo fucile mitragliatore, grande almeno il doppio di quello del mio ospite, e fa fuoco, scaricandogli l’intero caricatore addosso.

    Il pazzo stramazza al suolo all’istante, senza neanche il tempo di dire “beh”.

    Allora, il poliziotto gli urla: “Fermo, mani in alto!” e pare molto deluso quando capisce che il cattivo è già bello che andato e il lavoro finito.

    Con gli occhi, dopo avermi passata da capo a piedi, mi chiede spiegazioni e, con gli occhi, ostentando non calanche, come se in questa filiale fosse perfettamente normale ricevere i clienti in intimo di cotone, mi scuso di non essere anch’io armata e pronta a battermi con lui… 

    In tre secondi mi rimetto i vestiti, mi butto sulla sedia alle mie spalle e grido: “Mi dimetto!”.

    Società prodotto, che nel frattempo si è proprio riavuto, è in piedi di fianco a me. Mi guarda e non parla… così parlo io: “Aperitivo?”