Certe volte i bambini hanno paura dei vecchi…
Non c’è sempre un motivo… Si, ci sono persone, vecchie o meno, che si dilettano a spaventare i bambini. Lo fanno apposta ma, più spesso, incidentalmente…
Generalmente, sono solo strani, agli occhi di un bambino, per via delle rughe, delle sopracciglia folte o dei peli nel naso.
Samuele si vergognò spesso di essere stato così superficiale da temere la sua vicina di casa, che fu, in vita, donna non priva di gentilezza e intelligenza, tuttavia colpevole, agli occhi di un bambino piccolo, di avere una misura di piedi troppo grande…
Ecco, il piccolo Samuele temeva quei piedi fuori misura e se ne guardava come da un nemico.
Talvolta se li trovava in casa all’improvviso, senza che ci fosse il tempo per organizzarsi… la signora Gianna abitava dirimpetto, non doveva neppure attraversare una vera strada. Se voleva scambiarsi ricette con sua madre o parlare del più e del meno, non aveva bisogno di indossare scarpe… si presentava in ciabattine tipo infradito.
Stando in piedi, con un gomito appoggiato al muretto, lasciava ondeggiare una delle ciabattine, muovendo ritmicamente alluce e secondo dito, così che quella picchiettasse sul tallone.
La sola vista di quei piedi lunghi come metà del suo corpo, ossuti, con dita lunghe e unghie dipinte di rosso, lo faceva tremare e, a volte, gli causava incubi.
C’era poi il vecchio Pino. Pino doveva essere una specie di rigattiere, perché trascinava un carretto coperto da un telo che era stato verde, ma che ora era grigio, sbiadito, consumato. Grigi erano i capelli e i baffi di Pino, grigio il cappello, grigi anche i vestiti.
Samuele aveva ricordi a colori, eppure Pino, nella realtà come nel ricordo, fu sempre in bianco e nero, sbiadito e consumato come il telo del suo carretto.
Nessuno mai seppe esattamente cosa trasportasse, in quel carretto, perlomeno tra gli amichetti del piccolo Samuele. Alcuni sostenevano che sotto il telo vi fosse merce rubata. Altri, addirittura, parlavano di crimini misteriosi e uccisioni.
Le nonne mettevano in guardia i piccoli con lo spauracchio del traffico di bambini e di caramelle drogate… o peggio.
Pino non sembrava minaccioso, ora. Era vecchio; ma in molti, parlando di lui, ammettevano non fosse stato proprio uno stinco di santo, da giovane… così, Samuele stava alla larga e non rispondeva neppure ai saluti e alle occhiate ammiccanti che il grigio uomo lanciava, passando, ai bambini.
Merita una menzione d’onore il vecchio Ughino, che parlava ad alta voce dal balcone di casa sua, recitando monologhi da qualche opera, oppure inventandoseli. Avrebbero avuto paura anche molti adulti, a trovarselo davanti all’improvviso, perché il vecchio Ughino pesava duecento chili e non tagliava la barba da quando aveva cominciato a crescergli.
Fortunatamente Il buon vecchio Ughino non lasciava mai casa sua e il suo balcone, così i bambini potevano osservarlo dalla giusta distanza.
…Ed eccoci al vecchio Nicola, con l’abitudine comune a molti suoi coetanei, allora, di tornare a casa solo dopo una tappa in qualche osteria.
Samuele, da piccolo, sapeva che, se il vecchio Nicola, rincasando, avesse sorpreso lui e i suoi soliti amici a giocare in cortile, li avrebbe rincorsi, cacciandoli in malo modo.
Sulla carta non c’era molto da temere, perché il vecchio Nicola non correva veloce, data l’età, e anche se era davvero un burbero patentato, non pareva possibile che si mettesse a malmenare i figli dei suoi vicini di casa. Così accadeva che Samuele e alcuni altri lo provocassero un poco, arrivando, in certi casi, a farsi inseguire davvero.
Il passatempo pareva meno interessante quando il vecchio Nicola era molto ubriaco, perché chiaramente il rischio di essere presi a schiaffoni cresceva e il gioco non valeva più la candela.
A pensarci bene, gli anziani vicini di casa di Samuele erano davvero paurosi per un bambino…
Erano dei sopravvissuti, guerrieri con dentiera, bastone e pelle dura. Molti di loro erano veri e propri cyborg.
Samuele era solito fissarsi su un dettaglio, uno solo, di ognuno di loro e non era inusuale che, quel dettaglio, fosse una caratteristica fisica, un difetto, come un grosso porro, una mano a cui mancavano un paio di dita, un occhio di vetro, una gamba di legno, un dente d’oro.
Colpa della scienza in generale, che, fino agli anni dell’infanzia di Samuele, non aveva pensato di occuparsi della presentabilità di certi, per così dire, “rammendi”.
Ancora non s’era affermata la chirurgia estetica e i vecchi di quei tempi non videro una ragione per desiderare di essere presentabili, dato che erano vecchi, finché vissero. Non c’era motivo perché, escludendo alcuni miracolati, i vecchi erano tutti così.
Sembravano pirati, reduci… anzi, non sembravano: lo erano davvero e portavano tutti i segni delle loro mille avventure.
Samuele stava a distanza di sicurezza, quando poteva… Solo che alcune volte non poteva.
A casa di Samuele, infatti, viveva una zia che era una cara donnina, gentile e simpatica, ma aveva dei capelli lunghissimi che parevan vivi. Guarda caso, quella era la cosa che Samuele temeva di più al mondo.
La zia li teneva sempre raccolti in uno chignon, anche se né lui né lei sapevano cosa fosse, uno chignon. La madre di Samuele lo chiamava “cipolla”, ma non sentì mai la zia chiamarlo in altro modo che “cucco”.
Il cucco stava sulla testa di quasi tutte le signore anziane e pare che una volta fosse di moda. Ora era un modo di pettinarsi considerato vecchio… vecchio come il cucco.
La zia era orgogliosa dei suoi capelli, perché erano neri, nonostante avesse già compiuto settantaquattr’anni. Non venivano lavati tutti giorni, perché non si usava e perché tutti sapevano che i capelli si sarebbero rovinati, a lavarli tutti i giorni… ogni sera, tuttavia, la zia li spazzolava, li curava con metodo, prendendosi molto tempo.
Era una chioma liscia, di capelli tagliati solo alle punte, forse più di settant’anni prima. Samuele non aveva mai guardato bene, a quei capelli slegati, proprio perché lo impaurivano, ma di sicuro erano lunghi oltre il fianco.
Certo, Samuele era molto piccolo; non aveva familiarità con il genere horror, al cinema, né dalle sue parti s’erano mai affermate credenze popolari come stregoneria o altro, ma una signora molto anziana, con lunghe vesti bianche, mentre si muoveva lenta e silenziosa attraverso stanze poco illuminate, doveva smuovere in lui qualcosa di ancestrale.
La zia pareva, come molte signore anziane, fragile e indifesa per la maggior parte della giornata. Di sera però, la fragilità cedeva il passo a qualcosa di nuovo, come se la penombra le permettesse di muoversi, nell’atmosfera più congeniale, con maggiore disinvoltura.
Quei capelli, poi, ancora pieni di energia, se non costretti in forcine, parevano proprio avere vita propria.
Manco a farlo apposta, prima di coricarsi in camera sua, sedeva a pochi passi da lui, davanti a una specchiera proprio vicino al suo letto e li spazzolava, per lo più in silenzio, ma certe volte ripetendo nenie a bocca chiusa, con una voce dal registro sorprendentemente acuto, stridente.
Il più delle volte Samuele si addormentava già prima che avesse finito ma, certe sere, un po’ incuriosito, sbirciava di sopra il lenzuolo. In più di un’occasione, poteva giurarlo, ciocche intere di quella chioma s’erano girate verso di lui, come le bisce di Medusa, rivolgendogli il loro sibilante “buonanotte, sssssh.”
Ecco perché, quando si accorgeva che la zia si stava avvicinando, come per proteggersi, Samuele socchiudeva gli occhi, fino a metterla in ombra.
Lo faceva anche davanti alla televisione, quando era talmente suggestionato dalle immagini di un film particolarmente pauroso, da non riuscire a guardare, per così dire, senza protezioni. Riusciva a resistere all’impulso di nascondersi dietro un braccio, suo o di sua madre, di un cuscino, o di un peluche, ma abbassava le palpebre finché le figure, buie e poco definite, parevano meno terribili.
Allo stesso modo, la presenza inquietante di quella chioma, che sembrava in qualche maniera animata da forze sovrannaturali, tornava sopportabile e gli permetteva di dormire senza troppa agitazione.
Eccoli i vecchi spaventosi della sua infanzia… Samuele ci ride, quando ci ripensa.
Ci si scorda della paura… quella, poi, passa. Con l’età, eventi privi di importanza, acquistano nitidezza, in prospettiva, e ci accorgiamo di quanto fossero magiche certe sensazioni solo in paragone alla vita degli anni seguenti, in cui la realtà pare sempre chiara e comprensibile. Rimane l’affetto per ricordi che parevano brutti e non lo sono più, e un po’, ma quella non manca mai, di nostalgia.
