• Il pescatore della domenica

    Certe domeniche, zio Gianni andava a prendere il piccolo Filippo.

    All’epoca non ci si formalizzava molto a caricare un bambino su un motociclo omologato per uno…

    Di buon mattino, i due percorrevano circa un chilometro lungo lo stradone, poi Zio Gianni allungava la mano sinistra, dato che il motorino non disponeva segnalatori di direzione, e prendeva lo sterrato.

    Di sotto il cavalcavia cominciava una stradina nascosta, anch’essa sterrata, probabilmente usata dagli agricoltori.

    Filippo sapeva che c’era, perché i bambini arrivavano lì a piedi, per giocare. Anzi, la scorsa estate, il traliccio dell’alta tensione che ora stavano lasciandosi alle spalle, a bordo del motorino dello zio Gianni, fu per qualche settimana il quartier generale della loro banda.

    Il motorino era un Garelli rosso fiammante, senza neanche un segno, nonostante trasportasse, a volte, cassette di fragole, cachi o fichi, a seconda della stagione.

    Lo zio Gianni aveva due sole, magnifiche piante, nel suo orto, a cui si aggiungeva qualche piantina di fragole… nulla di elaborato, di particolarmente curato, ma lo zio aveva fortuna e mani buone, così, ogni anno, quelle piante producevano chili di frutti. Quando lo zio le portava alla mamma di Filippo, era quasi una festa. Filippo non assaporò mai più, nella sua vita, fragole, cachi e fichi così buoni.

    Legava la frutta al motorino, con cavi elastici, su una base di legno adattata da lui.

    La stessa base era occupata ora, per metà, dal sedere di Filippo, per l’altra, dal necessaire da pesca di zio Gianni.

    Risalirono il cavalcavia a piedi e fecero una piccola inversione. Si costeggiava la ferrovia per qualche centinaio di metri, verso l’argine, oltre il quale scorreva un canale molto famoso tra i pescatori della zona.

    Si, perché zio Gianni, tra le altre cose, era anche un esperto pescatore.

    Filippo lo guardò con ammirazione, mentre spegneva il motorino e raccoglieva le attrezzature.

    Zio Gianni aveva uno scaffale, nel box di casa, con più di venti scomparti e cassettini. Di ognuno curava, con meticolosità, il rifornimento. C’erano ami, piombini, filo, esche e tutto ciò che poteva servire.

    Lo scaffale era più fornito del fornitissimo negozio di caccia e pesca cittadino. Non capitava mai che zio Gianni restasse a corto di qualcosa.

    Aveva poi un piccolo frigorifero, in cui conservava la pastura di sua creazione, che a volte spargeva, nelle acque in cui avrebbe pescato, per qualche giorno prima di andarci armato di canna.

    Il trattamento assicurava una ricca pesca. Il bambino non seppe mai cosa contenesse esattamente la pastura. Era un polpettone grumoso, dall’odore intenso e caratteristico, come i calzini dopo una maratona. Filippo, esaminandolo, ci riconobbe anche le larve che zio Gianni faceva usare a lui come esca per le alborelle. Era certo che fosse qualcosa di inquietante, per la salute degli umani, ma col pesce funzionava.

    Il gilet di zio Gianni era una specie di sede distaccata dello scaffale.  In ognuna delle sue molte tasche, custodiva un oggetto preciso, in una quantità che era esattamente quella che sarebbe servita per la giornata; vermi e cagnotti compresi. C’erano poi, all’altezza della cintura, scomparti per gli utensili come pinze di precisione e lame da far invidia a un chirurgo, per ogni evenienza e gli immancabili occhiali: da sole a destra e da vista a sinistra.

    Avevano portato cinque canne, ma ne avrebbero usate tre; due erano per il caso di rottura, perché, quando zio Gianni programmava di pescare sette ore, niente l’avrebbe costretto a tornare prima.

    Una delle canne a mulinello fu posizionata per la pesca a fondo. Due delle tre fisse erano per loro.

    A Filippo toccò quella più vecchia, dato che era agli inizi e poteva rovinarla.

    Stavano zitti, zio Gianni più in alto, Filippo quasi a riva.

    Il ragazzino imitava ogni mossa. Era orgoglioso di imparare dallo zio.

    Appeso il contenitore dei cagnotti alla cinta, ne recuperava alternatamente di bianchi e di rossi… quelli rossi erano i suoi preferiti, gli parevano più efficaci, ma usava anche quelli bianchi, per non restare senza.

    Il galleggiante era sempre sott’acqua. Filippo raccoglieva alborelle a ritmo serrato, in una sacca che teneva ai suoi piedi.

    Zio Gianni pareva immobile, sotto il suo cappello. Sorrideva sempre, durante la pesca. Filippo non poté fare a meno di notare che la sacca ai piedi dello zio contenesse più pesce della sua. La cosa pareva sospetta perché Filippo neppure lo vedeva raccogliete e rituffare la canna.

    Anche a fondo, le cose parevano andar bene. In un retino, in acqua, lo zio aveva già intrappolato diversi pesci più grandicelli… non li voleva mai troppo grossi. Diceva che sprecare tempo e fatica per tirare a riva pesci che non puoi mettere in padella era da pescatori della domenica.

    A lui neanche sfiorava l’idea di pesca sportiva; lui amava pescare e basta.

    Nonostante fosse domenica anche quel giorno, zio Gianni non era certamente uno di quelli.

    Fecero pausa per il pranzo, poi continuarono anche nel pomeriggio. Alle tre Filippo cominciava a spazientirsi. Erano ormai trascorse diverse ore e, dalla sua posizione, il pesce sembrava essersi fatto furbo: assaggiava l’esca tirando il galleggiante sott’acqua, ma senza impigliarsi nell’amo. Un po’ per la stanchezza, un po’ per l’impazienza, Filippo tirò su la canna troppo violentemente e finì con incastrare canna, galleggiante e filo ad un ramo, proprio quando il pesce aveva abboccato. Il malcapitato gobbo stava lì, appeso al ramo, mentre Filippo capiva che solo con una scala sull’acqua, si sarebbe potuto tentare di sciogliere il nodo.

    Per lo zio Gianni furono sufficienti pochi secondi, per decidere di sacrificare il pesciolino, che restò impiccato come monito per i posteri, e recuperare la canna, tagliando il filo.

    Filippo era molto triste, anche perché zio Gianni parve seccato per la perdita del galleggiante e, soprattutto, per l’interruzione momentanea dalla pesca.

    Pescarono ancora un ora. Zio Gianni tirò a riva due carpe, mentre Filippo, che avvertiva la presenza inquietante del pesciolino, ancora vivo, appeso al ramo, di fianco a lui, era riuscito ad aggiungere solo qualche alborella, ma senza vera convinzione.

    Quando fu l’ora di tornare, zio Gianni tenne gran parte dei pesciolini, da far fritti con la polenta, ma lasciò il retino con i due pesci più grandi a Filippo.

    “Toh, dalli alla mamma, che van puliti bene”, disse.

    Filippo, appena a casa, riempì la vasca e travasò i due pesci. Erano ancora vivi.

    Li mostrò alla mamma e le spiegò che andavano puliti bene.

    “Ma Filippo, sono vivi… chi li uccide?”

    Filippo non si era affatto posto il problema. Pensava sarebbero morti nel frattempo o che ci avrebbe pensato lei. Forse avrebbe potuto evitare di travasare le carpe nella vasca ma, ora, ripensando al pesciolino appeso all’amo, che sarebbe morto lentamente, al torrente, l’idea che morissero anche le carpe, gli sembrò particolarmente crudele… pensò che non sarebbe mai riuscito a mangiarle. Pensò anzi che non avrebbe mai più mangiato pesce, in vita sua.

    “Una cosa è certa: non possiamo tenere due carpe nella vasca da bagno…” disse la mamma, aggiungendo “lo dici tu a tuo padre!”.

    Ecco, ora era terrorizzato… Suo padre avrebbe tagliato la testa alle carpe e l’avrebbe sgridato. Non sapeva che fare.

    Proprio in quel momento, suo padre entrò.

    Filippo gli si avventò contro, inondandolo di preghiere, parole e tenendogli un braccio.

    L’uomo, frastornato, non capì una parola. Guardò la moglie, che, nonostante i propositi, alla fine dovette spiegare tutti i dettagli. Si trovarono a sorridere… poi a ridere.

    Il papà cercò Filippo, che era corso in bagno, dicendo: “Dov’è il campione del mondo di pesca!?”.

    Quando furono entrambi davanti alla vasca, coi due pesci intenti a girare come in un acquario, gli disse:

    ”Fatti dare un secchio dalla mamma, che lo riempiamo d’acqua fredda”.

    Portarono il secchio, con le due ignare carpe in periferia, dove una roggia bagnava dei campi coltivati, a ridosso della strada provinciale. A Filippo toccò l’onore di liberarle.

    Non si sentiva più triste, si vide investito, più che del ruolo del pescatore fallito, di quello di tutore dell’ambiente… non gli dispiacque… anzi, stava molto meglio.

    “Non diciamo niente allo zio Gianni”, disse suo papà, mentre tornavano a casa.