Luigi non faceva mai il bagno al largo. Aveva paura degli squali.
Qualche anno prima la mamma era riuscita a convincerlo a imparare a nuotare. In pochi mesi, era diventato un nuotatore provetto. Sua madre diceva: “Luigino è un vero pesciolino!”
Aveva imparato proprio bene, quasi come suo fratello più grande, Giannino, che giocava a mettere le mani giunte sulla nuca, testa sott’acqua, e schizzava con le gambe, fingendosi uno squalo.
Giannino aveva visto il film, quell’inverno. Gli era piaciuto talmente, che, ogni volta che entrava nel mare, come posseduto dal demone di ‘Shark tale’, si trasformava per intere ore in pesce, nella sua fantasia.
Anche Luigi aveva visto lo stesso film, nascosto tra il cuscino e il braccio di papà.
Se l’era sognato per sei notti di fila, tra pianti e lamenti, che gli mangiava le gambe mentre faceva il bagnetto nella vasca… Poi l’emergenza parve rientrata.
In fondo, era durato di più il trauma per gli zombie, quando non dormì per due mesi, o quando realizzò che, un altro meteorite come quello che spazzò i dinosauri, tutto sommato, potrebbe sempre capitare…
Ora non ci pensava quasi più. Poteva giocare sul bagnasciuga, coi racchettoni, piedi nell’acqua. Poteva fare gare di nuoto a riva, ma quando il solito amico spavaldo lanciò l’idea “andiamo a nuoto fino alla boa?”, il “pesciolino”, che avrebbe anche potuto giocarsela, rispose:” no, sono stanco, vado un po’ a prendere il sole”.
Sapeva bene che, in quelle acque, di pescicani non se n’erano mai visti, ma non riusciva a trovare il coraggio. La paura, come si sa, è irrazionale.
“Dai, su, saremo in acqua solo cinque minuti, fagliela vedere!”. Gli disse Alberto, amico di cui si fidava un po’ di più.
Luigi si fece forza… prese il coraggio a due mani, anche se ne bastava una, poiché non ce n’era, e si tuffò.
Fu primo da subito, mentre gli altri inseguivano.
Presto la boa fu raggiunta. Luigi nuotava veloce ma intanto soffriva, perché nell’acqua smossa della riviera, sarebbe riuscito a scorgere uno squalo solo se fosse saltato fuori, come un delfino, sopra la sua testa.
Non vedeva nulla, sotto la superficie d’acqua, ma vide che lo stavano raggiungendo. Stava pagando lo scatto in partenza.
All’arrivo si era fatto un gruppone di ragazzetti… erano amici o passanti che, a qual punto, presero a tifare come allo stadio.
Luigi era stanco ma, eccitato dell’imminente vittoria, non cedeva e si sentiva come Rocky Balboa che vince su Apollo e su tutte le ingiustizie della vita.
Improvvisamente, all’altezza della spalla, si sentì bruciare come non gli era mai successo… un dolore intenso, come una puntura o una scossa. Si alzò in piedi, perché ormai toccava, ma non c’erano squali o altro.
Sembrava che il braccio fosse ancora attaccato.
Luigi piangeva e urlava, ma poiché era a ridosso del traguardo, gli amici, festanti, lo presero in braccio tra un “Bravo Luigino!” E un “Sei un campione!”, senza accorgersi dell’evidente eritema, dal gomito alla spalla, che gli aveva causato lo scontro con una medusa.
Ci misero quasi dieci minuti a capire che Luigi non piangeva di gioia. Dovettero portarlo in infermeria, dove gli diedero l’antistaminico, lo fasciarono e gli offrirono la granita alla cedrata.
La morale è che, a Cesenatico, è difficile incontrare uno squalo, se non in pescheria; per cui non abbiate paura… ma occhio alle meduse.
