La nonna di Paolo, come molti vecchietti della sua generazione, non parlava italiano. Paolo da piccolo non la capiva. Sua madre traduceva, dal dialetto all’italiano, tutte le volte.
A volte, madre e figlia litigavano, così Paolo provava a tradurre per conto suo, ma capiva solo le parolacce… quelle si imparavano presto, perché la mamma le diceva anche quando si arrabbiava con papà. Anche loro, quando litigavano, parlavano per lo più in dialetto.
Per molti anni la nonna andò in vacanza insieme alla famiglia di Paolo; loro in una camera, lei in un’altra.
La sera, dopo cena, i piccoli giocavano o correvano felici in un parco a qualche isolato di distanza, mentre la nonna sedeva su una poltroncina, fuori dall’hotel, come per guardare il panorama. Ci stava delle ore.
Qualche volta, al suo fianco, sedevano altre nonne e nonni di bambini da tutta Italia; in quell’hotel arrivavano famiglie da Udine, da Monopoli o da Caserta. Stavano tutti lì, sorseggiando tè o qualche bibita.
Paolo le guardava, mentre si sorridevano, ma non credeva che riuscissero a capirsi: i loro dialetti erano troppo diversi.
Talvolta i dialoghi si fermavano alle presentazioni, mentre era impossibile parlare davvero, anche solo del tempo.
Michela, la ragazza che stava alla reception, parlava sei lingue, ma non poteva conosceva tutti i dialetti d’Italia.
La nonna di Paolo, così, passava le serate sorridendo, su di una poltroncina, nella veranda dell’hotel, al fianco di altre signore, anch’esse sorridenti, ma che restavano delle sconosciute e, anch’esse, in silenzio.
L’ ultima sera, Paolo era deciso a farle parlare. Così, disse alla mamma che non aveva voglia di andare al parchetto, che voleva stare davanti all’hotel.
La mamma non pareva infastidita dal fatto di stare in veranda. Si sedette per un po’ in fianco alla nonna, insieme alla figlia di una signora di Udine e al figlio di un nonnino molto arzillo di Caserta.
Un po’ parlavano tra loro, un po’ traducevano i racconti dei nonni.
Dovettero cominciare dal principio, perché, nelle sere precedenti, i vecchi non erano riusciti neppure a capire esattamente i nomi, ma poi seguirono ricordi, battute e persino canzoni.
I mariti e le mogli degli improvvisati traduttori vennero a dare man forte, mentre alcuni bambini, sentendo gli anziani ridere, vennero a giocare tra le poltroncine, un po’ incuriositi e un po’ divertiti.
Paolo era molto felice. Anche la nonna e la mamma, per la verità, sfoggiavano sorrisi sinceri.
Alla fine, poiché l’indomani sarebbero partiti in molti, si scambiarono abbracci e indirizzi.
Verso le dieci e mezza passò un signore, probabilmente attirato dal vociare allegro, e, parlando una lingua sconosciuta ai presenti, sembrò chiedere informazioni.
I vecchietti e i giovani si guardarono tra loro e fu chiaro che nessuno aveva capito…
Quasi in coro, con un sorriso divertito, in molti chiamarono la ragazza della reception: “Michela!”. La ragazza arrivò e in quattr’e quattr’otto istruì con professionalità l’avventore, che ringraziò l’intera compagnia, con un “grazie” pronunciato malissimo, ma che piacque a tutti.
Michela rientrò in albergo, mentre ognuno pensò: “dev’essere bello sapere tante lingue…”
Fu una bella serata che a casa di Paolo ricordarono per molto tempo.
Negli anni successivi, quand’erano al mare, la nonna, pur non incontrando più gli altri anziani della comitiva di quella sera, non si dimenticò mai di dare a Paolo cinquecento Lire in più, per comprare due cartoline da spedire agli amici di Udine e di Caserta.
Paolo lo fece sempre con grande piacere.
