• La nevicata dell’85

    L’anno in cui venne un metro di neve, mio papà era in Comune. Era suo dovere occuparsi dell’emergenza, ma non c’era nessuna novità, perché per lui tutti si sarebbero dovuti occupare del benessere della comunità.
    È un’idea che non ho mai condiviso completamente, anche se so bene che Gandhi sarebbe stato più d’accordo con mio padre che con me.
    Noi eravamo ancora bambini.

    Ricordo che mio fratello prese la macchina fotografica e uscì con altri amici per, così disse, “fare un reportage di quella epocale nevicata”.
    Allora le macchine fotografiche si caricavano con rullini da 12, 24, 36 foto. Poi le portavi dal fotografo e, dopo una settimanina, potevi scoprire che ti eri scordato il tappo sull’obiettivo o che erano venute tutte buie o mosse.

    Del resto, il telefono non faceva ancora i selfie… Il duplex di casa nostra era un complemento d’arredo simile a una testa di mucca grigia, immurata, con una museruola biancastra di cifre rotanti. Per comporre un numero col prefisso, ci voleva così tanto tempo da giustificare lo scatto alla risposta.

    Per semplicità, anche un ruolo di responsabilità, come documentare la nevicata del secolo, poteva essere affidato a un ragazzino che desse prova di mano ferma e di aver compreso il senso della parola “controluce”: una sorta di “fuorigioco”, ma applicato al mondo della fotografia, destinato, come quell’altro, a rimanere per sempre un mistero per alcuni.

    Io, che avevo undici anni, appena fuori, feci un pupazzo di neve con testa, torace e addome.

    Gli misi tanto di carota, cappellino e bottoni.

    Stava nel medesimo punto del giardino in cui lo facevamo, da quando eravamo piccoli, ogni qual volta cadesse abbastanza neve. Non capitava tutti gli anni, neanche prima del riscaldamento globale.
    Il più delle volte, anche se nevicava molto, finiva in pioggia. Per un bambino è sempre una delusione veder sciogliersi tutto prima di poterci giocare.

    La costruzione del pupazzo richiedeva molto lavoro, perché bisognava raccogliere tutta la neve caduta. Talvolta, intorno, restavano prato e fango e il risultato non era bellissimo.

    Ora la neve era ancora tanta, come nei film di Natale. Pareva di essere a Madonna di Campiglio, anche se io non ci ero mai stato, a Madonna di Campiglio.

    Mio fratello era stato a Chamonix, una volta…  non so se vale…
    Va be’, il pupazzo era bello.

    Coi miei amici, pensammo di farci una sciata di pianura. Prendemmo dei sacchi di plastica, tagliati sul lato, affinché fossero grandi abbastanza da sedervisi, a mo’ di slittino, e cominciammo a scivolare dal cavalcavia che, dietro le nostre case, era alto circa dieci metri.
    Se dicevi “pista!”, partendo, alla “t” eri già giù.

    Il problema era la strada sottostante, perché ci arrivavamo veloci come meteoriti. Con tutta quella neve non sarebbero passate auto, così noi non eravamo “in” pericolo. Si potrebbe dire che eravamo “il” pericolo, perché lo sfortunato passante che si fosse trovato di sotto, tra la neve alta e il ghiaccio in strada, anche vedendoci arrivare sopra di lui in anticipo, non sarebbe mai riuscito a togliersi in tempo… Fortunatamente non uccidemmo nessuno.

    Le strade erano un disastro. Bisognava spalare. Serviva la lesa.

    Mio papà non aveva ancora dato notizie ma a mia mamma disse che doveva coordinare gli uomini e i mezzi.

    In quel momento, immaginai cingolati spalaneve, sparasale, ruspe e manipoli di valorosi in giro per la città a liberare le persone sepolte sotto metri di neve.

    Quando ne avemmo abbastanza, di… ehm… sciare, decidemmo di andare a dare un’occhiata.

    Io poi ero molto contento, perché avevo dei doposcì fichissimi.
    L’anno prima avevo ancora gli stivaletti gialli da bambino, quando nevicò.
    Giocai quasi due ore nella neve e quando rincasai, si parlava già di amputarmi tre dita del piede, congelate brutalmente.
    Ora, mi ritrovavo scarponi da ometto che furono di mio fratello, prima di me, ma ancora belli, con cui potevo camminare per ore… certo, mi fosse mai venuta voglia di farlo… Non passavano né neve né freddo.

    Nessuno di noi era abituato alle abbondante nevicate e il panorama ci parve subito favoloso e irreale, oppure degno del miglior documentario scientifico.

    La prima cosa bella della neve, che notammo subito tutti, fu la precisione con cui ricopriva le superfici, duplicando le forme, finché non era troppo pesante. Poi, ogni fiocco in più rendeva tonde e spumose le cose più appuntite e spigolose: i rami spogli delle piante, le antenne TV, le pietre miliari, una bicicletta abbandonata su un marciapiede…  ogni oggetto ricoperto diventava irriconoscibile, nella sua versione gigante e batuffolosa.

    Poi, sembrava esserci più spazio, perché le strade erano un tutt’uno coi marciapiedi, con i prati delle case, con le piazze, i parchi e tutta la campagna intorno. Una mano di bianco accuratamente stesa, copriva democraticamente pregi e difetti della terra, migliorando entrambi, se possibile, per un po’.

    Infine, a rendere ancor più magica l’atmosfera, il silenzio era innaturale.

    Le auto erano ferme, le persone che si avventurano all’esterno, attente a non cadere, non proferivano parola.

    Persino i passi, a neve fresca, erano muti. Il rumore dei doposcì che affondavano negli strati più spessi era di gran lunga il più forte, a quell’ora.

    Girato l’angolo, vedemmo alcuni volontari, armati di vanga. Lavoravano per creare pertugi di fortuna dove gli spalaneve, passando, avevano seppellito auto e innalzato barricate insormontabili.
    C’era anche mio papà, vanga in mano, col montone e i doposcì.
    Anche non più giovane, non seppe mai trattenersi dall’imbracciare personalmente gli attrezzi che avrebbe dovuto lasciare ad altri.

    Fu quasi una festa, per noi bambini.

    Ci furono al massimo altre tre o quattro nevicate di quel genere, nei quarant’anni seguenti, così, il ricordo di una giornata speciale è rimasto davvero speciale, per chi c’era.

    Ammetto che la neve ha smesso di essere spassosa, crescendo, soprattutto da quando guido. Oggi mi sorprendo a pensare l’opposto di quando ero piccolo, sulla pioggia che scioglie subito tutto e mi auguro, se di neve ne deve cadere, che sia davvero tanta e che blocchi tutto, come nel Minnesota.

    Ah, dimenticavo, mio fratello, l’incaricato al reportage, fece dodici soli scatti di quell’evento eccezionale; in bianco e nero… che quando me li trovo tra le mani, rovistando in un cassetto di foto e ricordi, sorrido ancora… …Ma poi, mi dico, meglio così. In fondo sono ricordi nostri. A chi altro importerebbe?