Gino aveva insegnato a nuotare a intere generazioni. Non si sarebbe detto fosse stato, da giovane, un nuotatore capace di vincere gare importanti… La pancia era ormai molto più evidente del resto. Persino l’espressione del volto, con gli anni, sembrava dire chiaramente che per lui, sì, l’acqua va bene… ma la birra è meglio.
I metodi di Gino erano sempre stati quelli e non ammettevano né discussione né personalizzazione: di cento bambini gettati in acqua, indubbiamente, quelli che non riemergevano erano una strettissima minoranza.
Si trattava di affrontare la paura dell’acqua tuffandosi a turno e raggiungere il bordo vasca, a non più di un paio di metri, nell’angolo opposto, in verità.
Alcuni dei bambini che s’erano già tuffati stavano ridendo tra loro e si vantavano di essere riusciti a muovere un paio di bracciate prima di raggiungere la scaletta.
Altri erano galleggiati con dignità, con gli occhi chiusi e le labbra sigillate.
Carletto no. Lui andò a fondo come un macigno.
Gino, non se ne preoccupò più di quel tanto; senza dire una parola, tese verso di lui il suo bastone di legno — un manico di scopa che usava proprio per aiutare i bambini in difficoltà — ma il piccolo era troppo impacciato e impaurito anche solo per accorgersene.
Aveva tremato dalla settimana prima, quando li avevano avvisati che quel giorno sarebbero entrati in vasca senza salvagente. Aveva tremato tutta la notte precedente, senza dormire, pensando al momento in cui sarebbe affogato. Tremava a bordo vasca, mentre i suoi amici sorridevano ansiosi. Tremava ora, mentre affondava inesorabile, a pochi centimetri dal manico di scopa dell’istruttore amante della birra.
Si sentiva lo sguardo di Gino addosso; anzi, nonostante fosse sott’acqua, lo distingueva chiaramente, nel suo ghigno malevolo.
Gli leggeva in faccia un profondo disgusto, del tipo: “Coraggio, marmocchio… non vorrai davvero che bagni il mio costume olimpionico per soccorrerti?”.
Gino, in effetti, non aveva alcuna intenzione di tuffarsi. Col bastone, prima tenuto di traverso, ora picchiettava il bambino tra la spalla e il petto… toc, toc.
“Coraggio bamboccio, afferra il bastone”, pensava… ma poi ricordò che uno dei genitori avrebbe potuto assistere, dalla tribuna. Così, imprecando tra sé e sé, si tuffò, a candela, con una piccola spinta dei piedi sul fondo, per riemergere all’altezza della scaletta di metallo, con Carletto sottobraccio, come una baguette, mentre questi tossiva mentre singhiozzava, dopo aver ingerito ettolitri d’acqua.
Il piccolo non si intendeva di metodi educativi e non colse che lo stile militaresco di Gino potesse non essere il più adatto in assoluto. Di certo non credeva che il problema fosse di metodo.
Capì solo che il pingue bagnino non s’era dovuto tuffare per nessun altro, quel giorno. Si sentì come dovevano sentirsi i giovani leoni esiliati: inadeguato alla vita.
Pensò che non gli sarebbe mai passata… fino al momento in cui, al bar della piscina, sua madre non gli comprò una gustosa pizzetta.
Scongiurato il trauma infantile, passarono comunque diversi mesi prima che a Carletto tornasse la voglia di fare un tuffo in piscina.
Passarono tutto l’inverno e anche la primavera.
Quell’estate fece molto caldo, anche in pianura.
Un martedì, quando Carletto finì tutti i compiti, sua madre, orgogliosissima, volle premiarlo portandolo proprio in piscina.
Carletto non ne fu entusiasta, ma non era da lui rifiutare un premio, così salirono sulla 500 carta da zucchero che, proprio nell’ora più calda, era come un pezzo d’acciaio nell’altoforno, e sfrecciarono verso la piscina comunale.
La vasca dei piccoli era poco profonda: lì Carletto non avrebbe potuto affogare, ma, al suo fianco, anziché i suoi coetanei, vedeva solo bambini più piccoli.
Entrare nella piscina dei grandi senza saper neppure galleggiare non era saggio, così, con un moto d’orgoglio, Carletto decise di cercare di vincere la sua paura imparando almeno a immergere la testa.
Inizialmente provò senza troppa convinzione, perché era infastidito dall’acqua. Poteva tenere gli occhi chiusi, ma gli entrava nelle orecchie e nel naso.
Rimediò usando quattro dita per tapparli: pollici sulle orecchie e indici sulle narici.
Funzionava.
Si chiedeva tuttavia come facessero i nuotatori a nuotare per ore senza proteggersi come lui… un bambino, che lo stava osservando, suggerì l’uso di tappini, tappanaso e occhialini… in effetti c’era chi li usava, in TV.
Esistevano anche le mute e le tute da palombaro. Al loro interno si poteva restare asciutti…
Ci impiegò più di due ore ma, poiché si stava divertendo molto e gli servivano le mani per muoversi nell’acqua, abbandonò gradualmente le protezioni e cominciò a fare capriole, immergendosi completamente, facendo mille prove di galleggiamento e gare di apnea.
Fu una giornata importante.
In poche settimane, quell’anno, imparò a nuotare, soprattutto grazie al fatto che, nell’inverno che seguì, i metodi di insegnamento cambiarono radicalmente. Nell’anno in cui andò in pensione, infatti, a Gino subentrò Lucia, che era una nuotatrice a sua volta.
Lucia aveva occhi verdissimi e un sorriso rassicurante come quello di una mamma, nonostante non avesse neanche vent’anni.
Spesso, se un bambino aveva paura, lei si immergeva con lui e gli diceva: “Ora posa le mani sulle mie spalle… guardami… non avere paura: ti tengo io”.
I bambini muovevano i piedini, ancorati a quella ragazza dolcissima, e diventavano campioni, senza neppure saperlo.
Anche Carletto, senza saperlo, divenne bravissimo a nuotare. Un giorno avrebbe sfidato le correnti in fosse profondissime, avrebbe giocato con i delfini e amato il mare per sempre.
Ancora oggi, quando qualcuno gli chiede come abbia imparato a nuotare, egli racconta che ai suoi tempi ti buttavano in acqua senza tanti complimenti, ma ride, in cuor suo, ripensando agli occhi verdi di Lucia.
Un uomo dimentica i suoi piccoli traumi ma, se non è uno sciocco, ricorda per sempre la dolcezza delle persone che gli hanno insegnato ad amare le cose belle della vita.
