• Povere creature

    Io, davvero, non so molto dei patimenti amorosi. Eppure, a pensarci bene, ne ho vissuti.

    Credo sia colpa della mia cattiva memoria, ma potrebbe anche trattarsi di qualche tardiva forma di anaffettività; oppure, come succede a chi non ha vissuto invano, augurandomi che sia sempre il mio caso, ho meno appetito, oggi, per via dell’età e dell’esperienza, avendo avuto occasione di sviscerare l’argomento e non credendo possibile ricavarne altra suspense.

    So bene che non funzioniamo tutti così, che molti avvicinarono i cent’anni pensando di adempiere a un preciso dovere, inseguendo sottane, e che certi uomini, ben più titolati di me, parvero impazziti per come rinunciarono alle loro serene vite familiari, quando non sembrava più né possibile né utile farlo, solo per un ultimo, per così dire, voluttuoso giro di valzer.

    Riterrei di essere piuttosto sincero, anche con me stesso, mentre dico che l’importanza che si attribuisce comunemente al sesso, ad esempio, l’enfasi con cui si tende a dipingere la magia di certe gioie, come fossero le più intense e significative nel corso della vita, addirittura le più sostanziali, sia per lo più esagerata e fuori luogo.

    Certo, ci sarebbe tutta una serie di considerazioni da fare, lungo un percorso evolutivo di migliaia di anni, sul merito di alcune attività ricreative rispetto ad altre, se le divincolassimo dalla loro funzione biologica e ne facessimo semplicemente intrattenimento, sempre ammesso — cosa per nulla scontata — che sia ancora possibile parlare di funzioni biologiche senza offendere qualche categoria protetta… o che l’intrattenimento non finisca con l’apparirci, finalmente a pieno titolo, tra quelle stesse funzioni.

    Per esempio, si potrebbe, a un certo punto, valutare assai degno il solo piacere di mangiare per il gusto di farlo, senza tante cerimonie, anche se i più, probabilmente, già lo fanno, compiacendo il palato senza occuparsi di quanto sia giusto mangiare.

    Al contrario, potremmo trovarci a valutare attentamente il senso metafisico di mangiare sangue o grasso, di escludere alimenti impuri, di selezionare solo alimenti vegetali o di preferire una tale annata di vino. C’è chi fa anche questo, da millenni.

    Potremmo scegliere quanto convenga fidarsi della natura, mentre godiamo i suoi frutti, e non dell’allevatore, specialmente se siamo noi l’animale all’ingrasso.

    Ci si potrebbe accodare a coloro che parlano di alimentazione come di fare il pieno all’auto ma, in fondo, sappiamo tutti che l’uomo non mangia solo per fame, neppure quando ha fame.

    Il gusto prevale sempre. Prevale per tutti.

    Da ciò deriva il piacere di lavorare, anche se il lavoro è brutto, quello di viaggiare, anche verso un luogo che non amiamo, il piacere, ancora, di conversare con persone che non conosciamo bene.

    Il gusto supera il giusto, tanto che il piacere di vivere, di amare, persino di uccidere, arriva prima, in certi casi molto prima, del motivo per cui viviamo, amiamo, uccidiamo.

    Il piacere è stato definito, da qualcuno prima di me, anche come l’elaborato meccanismo con cui la natura ci rende più facile capire quello che dobbiamo fare, dato che, non provassimo piacere, non lo capiremmo; così, con una buona dose di ottimismo, alcuni di noi difendono l’utilità di fare sempre, invece di ciò che ci è spiacevole, ciò che ci va, accettando il fatto che sia la natura a decidere per noi quello che è giusto, dandoci, che so, una carota, pur sapendo che quello che è giusto potrebbe non convenirci più di un bastone.

    Provare a capire le ragioni di tutto ciò è interessante, ma è anche faticoso e fortunatamente non obbligatorio per i più, così essi non soffrono se non capiscono; neppure desiderano capire.

    Invecchiando, poi, anche i più sensibili alla questione smettono semplicemente di pensarci. Probabilmente, sono una sparuta minoranza coloro che, controtendenza, non avendoci mai pensato prima, cominciano, solo da vecchi, a non pensare ad altro.

    Delle mie pene amorose, dicevo, ho ricordi vaghi, inquinati da letteratura e cinematografia, probabilmente, tanto che potrebbero, in una certa misura, non essere ricordi realmente miei.

    Mi capita di rivivere gli affanni e un vago senso di nausea; ricordo occasioni non colte e l’ostinazione di combattere battaglie già perdute.

    Immagino che, a posteriori, potrei non essere attendibile. Potrei, persino, essere influenzato, fuorviato nelle mie conclusioni, dalla tranquillità che mi deriva ora da un sano invecchiamento.

    Tuttavia, anche ammettendo che il sesso ha pure le sue fasi, a seconda dell’età, com’è logico, e che le prime a manifestarsi, per quanto non durevoli mediamente, comportano un certo inedito turbamento, man mano che si procede non sarebbe lecito aspettarsi che ci si abitui e ci si organizzi?

    Ora, onestamente, a ragion veduta, se dovessimo parlare dell’orgasmo, non vi parrebbe ch’esso sia l’oggetto immeritevole di troppa considerazione?

    Quanto bisogna essere neofiti, oppure digiuni — o quanto sono io apatico e asessuale, dato che potrebbe anche darsi che gli altri sentano più di me, semplicemente, e gli orgasmi non siano uguali per tutti, come la Legge — ebbene, quanto si dev’essere lussuriosi per definire un orgasmo estasi dei sensi, felicità, piccola morte?

    Tanto poco ci si aspetta, in letteratura, dalla felicità? Così a bassa quota si colloca l’estasi?

    Si tratta di un’esagerazione della poesia, oppure la piccola morte, che a me pare così poco sensazionale e, se la puoi dare per scontata, sempre più rinunciabile, autorizzerebbe un certo ottimismo, visto che, data la piccola, potrà mai essere così terribile quella grande, di morte?

    Chi ha avuto tempo di vivere l’intensità di certe esperienze, nel bene e nel male, sa che il piacere sessuale non è che un brivido sulla pelle, in confronto: un “grattare il prurito”.

    Potrebbe ben dirlo la sposa di un soldato in guerra, se un amplesso valga il peso dell’assenza o il suo ritorno a casa.

    Potrebbe confermarlo un uomo qualunque, quanto il sesso scompaia dinnanzi all’orgoglio d’essere padre, ogni qual volta un figlio compia un progresso.

    Un innamorato sincero venera l’amata, prima di tutto e a prescindere dal sesso.

    In un cuore in tempesta amorosa, ogni veglia di pianto, ogni nostalgia, ogni rimpianto vale ben più di una copula.

    Mi viene da dire così ma, forse, ricordo male.

    Forse sono io a sottostimare, all’opposto, la pesantezza dell’infelicità, della vacuità della vita priva della fisiologica dose di orgasmi, perché non ricordo cosa volesse dire portare il peso dell’astensione.

    Riempire di un pugno di sale al giorno un pesante sacco, che poi si è costretti a caricarsi sulle spalle, piega la schiena ai giovani, che l’han dritta, ma non più ai vecchi, già curvi.

    Invecchiando alla larga da ogni clausura, si tende forse a perdere di vista l’eroismo di chi resista e le tentazioni paiono meno irrinunciabili.

    Ogni scelta di continenza, anche per la vita, pare sopportabile se la vita passata è molto lunga e poca quella residua. Affermare un principio diventa più allettante di qualsiasi promessa lussuriosa.

    Per comprendere quanto sia importante il sesso ed esibire fieramente la propria spavalda emancipazione, mentre il mondo si trincera prevedibilmente in innaturali e non durevoli istituzioni familiari, convenzionali legami affettivi, stantii apparati di tutela della procreazione, della fedeltà ai principi di coerenza verso la funzione biologica — dato che essa, evidentemente, non esiste e, se esiste, non funziona per niente come si pensa — ebbene, bisogna davvero essere molto giovani; mentre, alla mia età, leggere il mondo attraverso la sbarazzina chiave interpretativa del sesso, sperimentando il compiacimento delle possibili combinazioni — lo dico forte, benché sia solo la mia personalissima opinione — mi sembrerebbe davvero molto, molto sciocco.

    Ecco perché non trovo illuminante una certa cinematografia.

    L’ispirazione a vivere, mi giungesse davvero dall’infantile appagamento del capriccio, alla fine — non perché la conquista mi sia valsa la pena o io sia valso a lei, ma perché, al solito, bellissimo e totalmente privo di scrupoli, me la posso permettere — mi parrebbe inaccessibile, essendo del tutto manchevole dei requisiti, come se quelli, nella realtà di chi non nasce donna con un cervello di bambino, fossero preclusi.

    Gli altri sono ammessi a corte – perché di corte si tratta – naturalmente, se accettanti, mentre ogni preteso ordine, costituito o da costituirsi, dovrebbe piegarsi alla realtà della soverchiante Natura, infantilmente legata all’appagamento dei sensi, anche se non produce nulla, men che meno discendenza, non prevedendo di farlo mai.

    Gli eletti vivono in un Eden senza figli, in cui gli adulti sono eterni bambini o capre, senza passato, senza futuro, ma in cui ci sono orgasmi per tutti.

    Povere creature…