• Nostalgia

    Non si sa perché ci sia la nostalgia, dato che non sembra piacere a nessuno; eppure c’è e, beffarda, ci ricorda, ogni volta, ciò che abbiamo amato e che ora non c’è più, come il crudele riverbero di una gioia perduta.

    Compare dal nulla, non invitata, la prima volta. Da lì, quando le va, ci viene a trovare, puntuale e indesiderata come una nota stonata in un’armonia perfetta, un pessimo caffè in fondo al pranzo eccellente.

    Non importa quale sia il momento, ma sarà certamente quello sbagliato.

    Pare volerci punire, come per pareggiare i conti, per la volta che sapemmo ingannare la tristezza. Ci colpisce, senza ferirci a morte, ma mutando in amarezza il nostro piacere.

    C’è chi se la va a cercare, a volte, nei cassetti delle vecchie foto, ma perlopiù riesce a stupirci, come certi giochi di prestigio.

    La nostalgia è come una finestra che ci siamo scordati aperta un dito, l’ultimo inverno; il legno si gonfia e non è più possibile chiuderla del tutto. Non ci accorgiamo subito degli spifferi, ma solo quando è tardi e la cervicale ha già cominciato a dolere.

    La nostalgia è una sedia vuota, una stanza buia, una casa abbandonata.

    È la strada che facevamo per andare all’ospedale, che non ci piaceva affatto e ora ci spiace persino di non dover più percorrere.

    La nostalgia è una piazza sporca, piena di coriandoli e stelle filanti, due giorni dopo il Carnevale.

    È un profumo che riconosci ancora distintamente, in certi momenti, anche se sai che esiste solo nella tua testa e comunque è uscito di produzione da oltre trent’anni.

    È un figlio… che ti pare ieri che stava comodamente in una mano.

    La nostalgia è, nel silenzio, rispondere ad alta voce a una domanda che nessuno ha fatto.

    Di nostalgia non si muore, ma ci s’ammala, a una certa età, più o meno come si diventa più sensibili ai malanni stagionali.

    Scricchiolano le ossa, schiocca il collo e, nei giorni piovosi, dal nulla, momenti del passato, cui neppure avevamo prestato grande attenzione, si ripropongono subdolamente, regalandoci stilettate di dolore improvviso, costringendoci a pose innaturali e a cercare nuovi e tortuosi itinerari della mente, per rivivere i nostri ricordi felici in pace, così come ci adeguiamo ad avvitare con l’altra mano se la solita è stanca e duole.

    È fisiologico.

    Oppure, se riusciamo ad abituarci all’idea, possiamo provare ad arrenderci, immergendoci con cautela, come faremmo in acque sconosciute, un giorno, nella bruciante lacrima che è impigliata in ogni sorriso malinconico, scoprendo che forse non è poi così bruciante come credevamo, arrivando magari a carpire, come sanno fare gli uomini molto anziani e i bravi navigatori, l’intimo conforto che ci può riservare il timido sereno che si nasconde oltre ogni tempesta o dietro il tenue sorriso che illumina un volto, alla fine di un pianto.