Conosco un tizio che alleva cavalli.
Mi ha raccontato che non è per niente inusuale che un purosangue, lanciato in velocità, muoia d’infarto. Sostiene che ciò accada perché l’istinto di correre liberi è più forte, nei cavalli, di quello di conservazione. Per loro, correre è più importante di ogni altra cosa, persino di vivere.
Ci sono un paio di altri elementi, indubbiamente, da tenere presenti, in questa faccenda, come l’impiego scellerato di droghe di ogni tipo, nel mondo delle corse, per spremere le povere bestie al massimo o, pure, il fatto che i cavalli non brillino, in tutta la loro docile esistenza, per intelligenza, rispetto ad altre specie, tra cui ben figurano, per esempio, gli umani.
In effetti, anche certe persone amano correre fino a scoppiare, sfidando i propri limiti fisiologici. Pare che sia per colpa delle endorfine, che in certi momenti rendono la sensazione di vivere più intensa, donandoci il piacere di goderla pienamente, mentre cerchiamo di non avanzarne neanche un pochino, dato che nessuno raccontò mai di aver potuto godere, di quegli avanzi, post mortem.
Quella di bruciare, senza risparmio, col rischio di consumarsi, è una concezione molto romantica della vita, ma non tutti siamo così romantici… non sempre, perlomeno.
A volte, gli umani si lasciano conquistare dal romanticismo perché si sentono particolarmente coinvolti, ma tendono a scansarlo, sminuendo il romanticismo altrui, per il resto delle loro giornate. Con un po’ di cinismo, non sembra mai tanto furbo un tizio che s’immoli, che non abbia il buon senso di fermarsi prima di crollare, ma è il problema di avere il giusto equilibrio, probabilmente; con un po’ di distacco riusciamo ad avere una visione globale che chi è coinvolto non sempre può permettersi.
Si è romantici sul filo del rasoio, sulla cresta dell’onda e sull’orlo della disperazione. È romantico anche chi non sa nulla della vita e, naturalmente, chi non sarà mai dotato di più intuito di quanto ne abbiano i cavalli alle corse.
Tuttavia, capita anche ai meno romantici, ogni tanto, di morire improvvisamente, mentre inseguono il loro personalissimo sogno di gloria.
È, dunque, l’istinto di libertà, il primo anche per l’uomo?
Io credo di si.
Credo che l’intelligenza degli umani sia stata, nei millenni, una specie di limitatore naturale, un giogo cui ci siamo arresi mentre ci evolvevamo, passo passo, senza pensare che fosse grave, anzi, credendo fosse meglio, preferendo deliberatamente, a destini più gloriosi, quelli più durevoli.
L’evoluzione dell’intelligenza degli umani non è il progresso, ma è la storia di come si antepose la sopravvivenza, fosse di un regno, di un nome o di un patrimonio, al fatto, per dirla alla Coelho, di realizzare la propria leggenda.
L’evoluzione passa dalla comprensione, se di comprensione si tratta, del fatto che ci siano cose che risultano via via necessarie, per le quali serve proprio di essere vivi, anche se, magari, non più di quel tanto.
Credo che il libero arbitrio sia solo questo e che funzioni, in antitesi, negandoci la possibilità di consumarci mentre inseguiamo la nostra idea di felicità, qualunque sia, come se essa fosse la preda di una battuta di caccia.
Si sostiene comunemente che l’intelligenza ci abbia condotti al nostro ineguagliabile livello di sviluppo, facendoci superare i nostri limiti, ma l’intelligenza, in fondo, non spinge nulla, tantomeno noi, oltre i limiti. Qualcos’altro lo fa… la costanza, l’ostinazione, la determinazione… L’intelligenza semmai ci tiene al riparo, impedendoci di schiantarci.
Se l’albero della conoscenza avesse avuto una voce, la sola parola che gli uomini gli avrebbero udito dire sarebbe stata un perentorio ‘No!’.
Lo stesso ‘no’ che ci risuona nella testa quando vorremmo spingere sull’acceleratore, mentre ci imponiamo prudenza, mentre ragioniamo e resistiamo all’attrazione violenta che ogni umana tentazione esercita sui nostri istinti, sia fame, rabbia o desiderio di volare.
Io penso che non sia davvero possibile vivere felici, ma che si possa, felici, morire, forse, realizzando il gran finale che i nostri istinti confezionerebbero per noi.
Per stare vivi, sopportiamo dolore e sacrifici. Nelle migliori condizioni, conduciamo vite serene, di rado in estasi, mai completamente sazi, non del tutto paghi.
Vivremo quanto basti a fare ciò che ci si richiede, consapevoli di poter fare di più e, salvo che il tempo non ci inebetisca completamente, ricorderemo, infine, che non è davvero servendo la nostra saggezza in eterno che saremmo morti contenti.
È una possibilità…
Oppure, poiché solo da vivi si muore, anche dopo quasi eterne vite mansuete e docili, ci metteremo in fila, senza spingere o tirare, senza imbizzarrirci più.
Sorridendo e tenendoci per mano, a uno a uno, saluteremo e via… grazie all’intelligenza, non avremo corso mai.
