• Neofiti per sempre

    La gente sembra credere che, se fosse consapevole di poter perdere in qualunque momento ciò che ha, lo godrebbe quanto merita, mentre, dando per scontato di vivere per sempre, come facciamo, a volte, si rischi di sottovalutarne l’importanza.

    S’affanna, ma non è facile, a vivere ogni attimo come se fosse l’ultimo.

    …La gente, forse, è mediamente meno emotiva di me.

    Io avrei l’ansia.

    Peggio: sbaglierei tutte le volte, sotto pressione, come quando si dà un esame; sarei terrorizzato di sprecare e certamente sprecherei così, come l’ultima e più importante opportunità a mia disposizione, anche le altre.

    Che maggior serenità potrebbe derivarmi dal credere che non potrò mai più fare qualcosa che amo fare, respirare, ad esempio, come se poi dovessi morire?

    A che pro votarsi alla verità scientifica per cui il nostro piacere è effimero, il nostro amore, vano e la nostra felicità, pro tempore?

    Non preferiremmo tutti che fossero per sempre?

    Ci sentiremmo in qualche modo sollevati, mentre siamo affranti dal dolore, sapendo che soffriremo fino alla fine e che stiamo soffrendo per l’ultima volta?

    Oppure, come pare accada in certi casi disperati, saremmo consolati anche da una speranza illusoria, credendo che proveremmo nuovi piaceri, amori e felicità, persino dolori, in seguito?

    “Ha finito di soffrire”, dirà chi vive, dandosi pace, mentre chi muore giace.

    A dispetto del metodo scientifico galileiano, a dispetto di Leonardo, direi che l’esperienza è sovrastimata.

    Ad esempio, ricordiamo, se non siamo completamente stupidi, solo alcuni degli sbagli che facciamo. Se lo siamo, ne ricordiamo anche meno.

    Questo ci serve, a volte, a non ripeterli, ma, anche valesse per me solo, che non sono il più intelligente degli uomini, direi che spesso cumuliamo, agli errori inediti, errori ripetuti più volte, di cui dovremmo essere ormai esperti, senza che da essi impariamo granché.

    Potrei essere il solo, ma a me, ciò che sta per finire, le ultime volte, come il mare a settembre, come la fine di una festa, ha sempre causato tristezza.

    Mi parrebbe più saggio o, se non saggio, più fortunato, chi riuscisse a vivere ogni istante come se fosse il primo. Certo, quando non siamo pietrificati dall’emozione, dalla prudenza o dal timore di non sapere affrontare le conseguenze.

    Negli altri casi, direi, come non preferire qualunque stralunata sventatezza al disincanto che sia acquisisce con l’età, cui si accompagna la perdita progressiva e inesorabile della sensibilità, quando una cosa che ci ha fatto male smette di farlo?

    Sappiamo bene, se ci siamo passati, che il dolore che abbiamo sentito un dì ci farà compagnia per tutta la vita, sotto forma di livido o trauma, che esso non fortifica affatto e che l’immunità l’acquisiamo senza soffrire, il più delle volte, senza neppure accorgercene…come sappiamo bene che un olfatto compromesso dagli anni non ci salverà da un gas velenoso più del fatto di non sapere che è velenoso.

    Vivere in modo spontaneo le proprie emozioni ci diventa greve, quando la nostra non più efficiente dotazione di buon senso dà spazio alla senilità, alla malinconia.

    Vivere una vita ebbra ma tardiva, del resto, ci diventa preferibile alla sensazione di non aver mai vissuto del tutto, posto che non ci capiti di convincerci che abbiamo torto, rimpiangendo i colpi di testa per tutta la vita che ci resta.

    Ci si prova, neofiti per sempre, per inesperienza o difetto di memoria, a fare bene, combattuti, fosse solo per orgoglio, tra il negare e il riconoscere i nostri torti, finché un giorno, coi sensi usurati, se contro ogni auspicio saremo sopravvissuti, non ci accorgeremo più, neppure nell’età che dovrebbe essere della ragione, di quando abbiamo avuto torto.