• Superficiale

    Sono profondamente superficiale. Lo so, come so che preferirei esserlo meno, ma anche molto di più.

    Saperlo, dicono, dovrebbe rendermi un uomo migliore ma, mi chiedo, se sappiamo anche soltanto di non sapere, siamo saggi inconsapevoli o ignoranti consapevoli?

    Soprattutto, siamo certi di cosa preferiremmo essere?

    Forse dovremmo restare umili, ammettendo che non siamo certi di nulla.

    Possono dirsi saggi gli uomini consapevoli d’ignorare, se tuttavia si credono superiori agli altri? Non è, come minimo, un tantino arrogante?

    Io, la consapevolezza d’essere ignorante, la quoto forse meno dell’oracolo di Delfi…

    Con poco credito, cerco la profondità nei posti sbagliati, dove si tocca, dove probabilmente non c’è.

    Oppure, bramo la profondità ma, poiché non ne ho, come la volpe di Esopo, la disprezzo. Forse, neppure la comprenderei o l’apprezzerei.

    Certo, non vado orgoglioso di sapermi così superficiale, anche se, certe sere, mi sta bene così.

    La superficialità è comunemente mal giudicata dai più, ma nessuno, neppure gli individui più superficiali, è ansioso di vedersi poco considerato.

    Ognuno si riterrebbe degno di attenzione per l’intera misura della propria umanità, immaginando di meritare che lo si stimi quanto lui fa, ma senza preoccuparsi troppo di ripagare gli altri con la stessa moneta.

    Per ovvie ragioni di tempo, al contrario, poiché la vita non è illimitata come la si vorrebbe, concediamo di rado totale attenzione a qualcuno; anzi, il più delle volte penseremmo che non valga la pena.

    Ci orientiamo con mai sufficiente perizia tra affinità elettive, simpatie e influenze di ogni tipo, discriminando per ragioni ideali o, come cuccioli abbandonati che, nella spasmodica ricerca d’affetto, non lesinano in feste, scodinzolando a tutti.

    Molti, direi, sembrano meglio attrezzati di altri a cogliere la visione globale del problema, ma noi li consideriamo egoisti, invidiandoli, seppure solo quando non siamo visti da nessuno.

    Altri, sia pure per incapacità, diventano maestri nel carpire un dettaglio e cogliere le sfumature.

    Questo è ciò che fanno i feticisti che, inabili a focalizzare, quale obiettivo, l’oggetto del proprio desiderio, lo polverizzano in molteplici, meno ambiziose fantasie, e s’accontentano di ricavare il piacere dalla realizzazione di almeno una di esse.

    Non è facile stabilire cosa sia meglio.

    A volte, dalla comprensione dei motivi ci deriva minor piacere che dal non capire nulla, neppure una cosa facile come il fatto che un motivo vi sarà pure, se le cose accadano come accadono.

    Alcuni di noi sono disposti a ritenere la propria natura passeggera. Altri confidano in eternità imperscrutabili e si sforzano di considerare l’assoluto solo in blocco, come se si potesse osservare da un unico, pure lungimirante, punto di vista.

    La profondità è, in quei casi, più un proposito che una tendenza.

    Chi se la prefigga come obiettivo è a volte pronto a credere a qualunque cosa, visibile o invisibile, fidandosi di chi affermi di saperne di più.

    La profondità in certi circoli intellettuali è poco più di un corale sforzo di logica, l’ideale intersezione delle visuali di più persone ritenute attendibili o il cumulo di opinioni superficiali date per scontate.

    Molti di noi, me compreso, accettano di non poter mai vedere gran parte dell’iceberg, preferendo l’irrilevanza dell’ignoranza alla conoscenza, soprattutto se l’acqua è fredda.

    Mi fido e accetto che ci sia molto di più di ciò che vedo ma, essenzialmente, più che per presenza di spirito, per mancanza di voglia.

    Al cospetto della mia profondità, del resto, salvo la sorpresa iniziale, m’annoierei anch’io a morte. Sarei il primo a screditarmi, abituato a schematizzare per esigenza di sintesi, estrapolando valori medi da eventi che non hanno né un inizio né una fine, concepibili solo a porzioni, accettando margini di errore infiniti per la ragione di un frazionale.

    Ci si arrovella a spiegare ogni capriccio dell’immaginazione, nell’illusione di focalizzare un punto, ipotizzando scorciatoie per prospettive che non prevedono percorsi, trasformando in breve e diretto qualcosa che non ha né tempo né durata, come se lo scopo ultimo, l’essenza delle cose, a scapito di ogni altro concepibile, fosse centrare un obiettivo, scelto tra tanti, perché migliore degli altri.

    Non vedo prove durevoli dell’esistenza di una gerarchia di obiettivi, neppure se si parli di feticci o di eternità dell’anima.

    Ci si ostina ad affermare l’evidente superiorità della sostanza ma, immaginandola incommensurabile, si quantificano le frazioni e si attribuiscono loro priorità e canoni di importanza.

    L’indivisibile viene quotidianamente diviso.

    La superficialità è la sostanza più profondamente concreta della nostra vita. Tutti possono comprenderla e in essa classificare gli altri ed essere classificati per le sue quote di possesso.

    L’essenziale non sarebbe farne parte, come parrebbe logico, ma, di parte, ottenerne quanta più possibile.

    Questo, ai miei tempi, è ancora considerato ricchezza.

    La vera essenza delle cose è sommersa; nessuno può scorgerla realmente. Accedere alla verità significa esplorare profondità insondabili, rischiando di soccombere e annegare… oppure inventare, che fin qui parve sempre cosa buona e giusta, deducendo che si possa comprendere ciò che ci serve anche da qui.

    Forse è vero. Del resto, bisognerebbe essere più profondi, più logici e meno pigri di me, per accertarlo.

    Cedo il passo volentieri.