A volte, anche se non ci perdo il sonno, mi capita di pensare alle categorie sessuali individuate dal Kamasutra, al triste destino della donna elefante o allo stress di nascere donna cerva – o anche giumenta – ed essere, più o meno felicemente, associata, a seconda delle dimensioni della propria vagina, al tipo d’uomo congeniale, per tradizione, scelto tra lepri, tori e cavalli.
Tanto per cominciare, mi chiedo perché, disponendo di tutti gli animali del mondo, non si scelse di abbinare maschi e femmine della stessa specie. Per quale ragione, il cavallo sarebbe considerato adeguato all’elefantessa e non alla giumenta? Non era, già allora, illogico? Perché, tra le femmine, la giumenta è seconda e, tra i maschi, il cavallo è primo? Non sarebbe anatomicamente più corretto che il toro si ritenesse, pur minore a un elefante, più proporzionato a un’elefantessa di un cavallo? Visto che il cavallo era preso dall’elefantessa, non si poteva paragonare l’uomo destinato alla donna cavalla a un animale meno dotato, invece escluso, come l’orso, o il leone?
Come accadde, infine, che si ritenne la donna cerva adatta a una lepre maschio?
Va bene, sono quesiti annosi. Lasciamo da parte la scontata ironia sul testo e sforziamoci di accoglierne il valore simbolico, visto che è difficile controbattere al fatto che le dimensioni contino eccome.
Mi sentirei di dire che, per il successo di un assortimento, finisca con il contare tutta quella serie di requisiti di sostanza, tra cui la forma, il colore e l’odore, ove li preferiamo ad altri, anche quando siamo certi, in teoria, che l’esteriorità non dovrebbe avere importanza. Tutto ne ha e l’aspetto, anche non volendo, ci risulta a volte irresistibile, sia pure per motivi che tacciamo, detestando di discriminare il prossimo.
Ci sono ragioni principalmente soggettive, dietro i nostri gusti. Tanto più essi saranno articolati e stratificati, tanto minor concorrenza troveremo lungo la strada, salvo non divenire così selettivi da essere costretti a viaggiare soli e non poter più contentarci di nulla.
Esistono, tuttavia, pochi e comunemente accettati parametri oggettivi. Ad esempio, per quanto relative, secondo l’unità di misura, le dimensioni sono raramente opinabili.
La prestanza o il vigore, come l’intelligenza o la passione, sono dotazioni. Esse possono fare o non far parte del nostro patrimonio, più o meno come nasciamo da famiglie già ricche o no, ma per ciascuno di noi, pare pur sempre saggio, disponendo di molto denaro o di molta forza, imparare ad dosarli, amministrandoli al meglio.
Restano, è vero, alcuni punti oscuri in merito ai motivi che dovrebbero indurci a ritenere una minore ricchezza più adatta a noi, rispetto a una maggiore, quando, in particolare modo relativamente ad alcune doti, anziché ad altre, saremmo tutti portati ad auspicarne l’abbondanza e poi gestirla consapevolmente, salvo limiti tecnici o scrupoli etici, come quando la nostra borsa non può contenerne di più o non ci sentiamo di meritarla.
È pur vero che alcuni di noi fecero più danno, pur disponendo di ingenti ricchezze, sprecandole o disperdendole senza pudore, di altri, che seppero investirle, spenderle e trarne vantaggio.
In questo senso, forse, la prosaica dotazione in eccesso di un uomo cavallo potrebbe, anche se meno evidentemente del difetto di un uomo lepre, spiacere, in qualche modo, a una donna giumenta.
Mi parrebbe diverso il caso della giumenta, di fronte a un riconoscibile surplus del compagno, che avrebbe quasi sempre la saggezza sufficiente per assistere e guidare il cavallo a una più adeguata amministrazione di quell’eccesso scongiurando il rischio che si soffra, alla fine, la mancanza di un’elefantessa o, d’altro canto, di un toro.
Se si parla di ricchezza, in senso lato, non parrebbe quasi mai scontato il fatto di poter gestire quanto in più, piuttosto che in meno. Così, quant’è difficile, in teoria, che un uomo lepre, anche con perizia, possa ben figurare, abbinato a giumente ed elefantesse?
Pare inoltre tutt’altro che raro il caso di piccole cerve che non prestando per nulla orecchio al suggerimento di trarre il presunto massimo beneficio dall’abbinamento a un uomo lepre, preferiscano uomini più dotati, non solo fisicamente, con la stessa leggerezza con cui si predilige un uomo alto, pur essendo basse, oppure uno laureato, pur non avendo studiato.
Non si tratta sempre della peggior discriminazione ma di un, pur soggettivo e discutibile, istinto, fosse anche quello più prevedibile di conservazione, grazie al quale, esse valutano attentamente le caratteristiche che vorrebbero ritrovare nei propri figli e nei figli dei figli.
La tendenza verso superiori equipaggiamenti, come ogni altra scelta che selezioni fisiologicamente la miglior opportunità di sopravvivenza, potrebbe, sulle generazioni future, assolvere una funzione redistributiva delle risorse, di qualsiasi genere siano, come democrazia e chirurgia plastica correttiva non potrebbero mai, con il congiunturale effetto di moderare i divari e rendere statisticamente meno probabile l’accoppiamento per categorie di meno abbienti, più diffusi, presentemente, e, per ciò, meno richiesti.
Infatti, lepri e cerve, in assoluto, ce ne sarebbero in numero superiore rispetto a tori e giumente e le elefantesse, come i cavalli, sarebbero più rare degli altri.
La scelta del tipo congeniale, secondo la teoria, sarebbe quindi compromissoria e di regresso, facilitata dall’assenza di alternative, la cui presenza, come sempre accade, induce chi può a manifestare preferenze e a disputarsi il favorito.
Accade tra i piccioni, accade nei branchi di lupi, accade anche tra cerve e giumente.
Appare oggi persino più evidente che, dove le condizioni concedano migliori opzioni per le donne, ivi compresa quella di non accontentarsi di scegliere alla cieca, esse accettino, quando sia ancora necessario accoppiarsi, che parrebbe sempre meno scontato, anziché proposte proporzionate, perlomeno all’origine, sproporzioni che possano metabolizzarsi, a lungo andare, con un adeguato e auspicabile esercizio.
È saggio, del resto, saper prevedere esigenze più che momentanee, prefigurando differenti condizioni, se ci è permesso di aspirare a migliori garanzie per il lungo termine.
Infondo, scegliamo tutti, potendo, patrimoni che ci consentiranno avanzi.
Donne elefante, cavalla e cerva, esauriti i cavalli, si litigheranno i tori e si accontenteranno delle lepri solo non potendo scegliere altrimenti o non capendo per tempo la differenza, come capitava a tutte le femmine che non avessero modo di scegliersi il maschio, cosa ora strana, ma che avvenne per millenni, per ragioni che, può darsi, non avevano a che fare solo con le dimensioni di un pene, ma che, un poco, probabilmente, dipesero talvolta dalle scelte di uomini lepre dotati di altre ingenti risorse, pur in carenza, com’è ovvio, di quella in parola. Tutto ciò, naturalmente, con buona pace del Vatsyayana.
