Tempus fugit, diceva quel tale che comincia per ‘vi’, ma non è vero. Il tempo non fugge, semmai ci insegue… siamo noi a ripiegare compostamente, oppure fuggiamo, spostando a ogni passo più in là il nostro appuntamento con lui.
Non è davvero tutta gloria, tutta felicità, naturalmente, ma io sostengo da tempo che non c’è niente di vero nell’idea comune per cui dovremmo tendere alla felicità, anzi, che nell’eterea vacuità dell’intrattenimento di esistenze condotte all’insegna dell’ideale di gloria e felicità si sacrifichi tempo prezioso per godere il senso più profondo della bellezza della vita, bella nell’amore ma anche nel dolore, bella agli albori ma anche negli ultimi istanti, bella nella vigore sfrontato ma anche nell’accettante declino, persino quand’è difficile, quando il declino è il nostro e, per fronteggiarlo, non bastano neppure entusiasmo e ottimismo.
Per godere la bellezza nelle difficoltà, ci vuole talento. Non tutti ne hanno.
Compiango chi ritiene di non poter invecchiare e arrendersi al deterioramento della propria personalissima bellezza, per la banalità del fatto che le masse, stolte e ineducate, non saprebbero più riconoscerla.
Noi, che sappiamo che le masse stolte e ineducate non sanno quasi mai riconoscere la bellezza e scelgono di ammirare quel che viene indicato loro a modello, foss’anche il più orrido degli obbrobri, cedendo all’influenza della moda e della popolarità, per carenza d’inventiva, ecco, noi, la bellezza, la godiamo a fondo.
Inoltre, ma forse vale solo per noi, lo facciamo insieme, per le ragioni giuste, con voglia di farlo e granitica determinazione.
Omnia vincit amor, sosteneva lo stesso tizio. Aggiungo io, facendo mie, in parte, le parole antiche di quel tizio indiano, il cui nomignolo comincia per ‘bi’: vinci se c’è la volontà, altrimenti non vai da nessuna parte.
