C’è un principio che è molto radicato, che andò di moda, anticamente, ma che ancora piace. Anzi, in ogni parte del mondo, prendendolo molto sul serio, se ne contendono la paternità.
In pratica, si dice, ognuno raccoglie ciò che ha seminato.
Probabilmente è stato vero, per qualcuno, che so, in agricoltura, altrimenti non si spiega tanto successo, ma non mi parrebbe così saggio volerne ricavare una regola generale… Ok, si potrebbe dire la stessa cosa di gran parte delle figure retoriche in circolazione, che so, “sono sempre i migliori quelli che se ne vanno” … Ma poi erano dei cancheri; “chi ben comincia è a metà dell’opera” … Che vale solo se poi si finisce. Certe frasi sono spesso di mera ispirazione, più evocative che realistiche.
In generale, sarei d’accordo, che utilità avrebbe impedire ai creativi e ai poeti di usare perifrasi e allegorie? Che noia, si dovesse dire, per esser sinceri, solo la verità, senza ironia, senza velati sottintesi…
Tuttavia, se s’intende, col parallelo del raccolto e del seminato, il fatto che gli uomini otterrebbero ciò che meritano, per quello che hanno fatto, ad esempio raccogliendo tempesta, per chi seminò vento, mi pare che varrebbe comunemente il contrario, che ciò sia evidentissimo e che nessuno, anche se non è sempre un male, abbia quello che meriterebbe.
Facciamo pure conto che la mia visuale non sia buona e che il mio campione non sia completamente attendibile. Provengo da un ambiente in cui forse nessuno ha ciò che merita, ma qualcuno ha quello che ha chiesto. Chi non chiede nulla, in genere, non ha nulla.
Mi pare, ovunque mi giri, di scorgere individui meritevoli che a malapena sopravvivono e altri che accumulano gloria per puro caso.
Mi pare, ma forse sbaglierò, che a generazioni alterne, si vedano succedersi uomini dediti al sacrificio di sé, del proprio benessere, della propria salute, a vantaggio di altri, dediti alle facezie e all’intrattenimento.
I buddisti, che probabilmente si erano accorti, prima che in Occidente, del fatto che in pochi vivevano abbastanza da raccogliere ciò per cui seminarono, hanno risolto dicendo che il raccolto arriva poi, tipo boomerang… o karma, come dicono loro, anche a distanza di qualche vita. Il fatto che io oggi goda il successo, potrei doverlo al me stesso di qualche vita precedente, che lo meritò. Naturalmente, essendo io un soggetto tutto nuovo, ringrazio, se sono buddista, ma non ricordo nulla dei patimenti che quel successo richiese; non potrei ritenerlo un onere, necessario per ottenere un beneficio, mentre lo godo senza meritarlo, in fondo.
Gli occidentali proposero una versione ancor più nobile, sostenendo che, anche se non si potrà godere in terra il frutto della nostra santità, per i migliori tra noi si apriranno le porte del regno dei cieli.
Buon per loro, che saranno beati.
Ebbene, mi chiedo, perché non concedere a tutti di godere il frutto della propria semina in vita, anziché lasciarci nel dubbio? Non sarebbe bello che il tributo dei posteri fosse giusto, anziché temporaneo, soggetto alle infatuazioni, alle mode, agli interessi? Evidentemente, non funziona così per nessuno.
Ad esempio, mio padre dovrebbe essere molto ricco. Lo cito come esempio che conosco bene perché, per ogni beneficio personale che rifiutò, a vantaggio di altri, credo, avrebbe dovuto ricevere onore in proporzione, anche se, in fondo, non faceva che il suo lavoro. Il fatto che gli altri rubassero, mentre lui no, sarebbe dovuto contare.
Un giorno, lui faceva l’amministratore, quando gli chiesi perché rifiutasse il dieci per cento del prezzo di un grosso lavoro, offertogli da un muratore, non avendo io nessun pregiudizio ma neppure inattaccabili scrupoli etici, lui mi disse che preferiva che lo sconto venisse offerto ai suoi clienti. “Se il suo lavoro fosse fatto male, io non sarei più in grado di fare bene il mio”, disse.
Non compresi. Facevo i conti con quelle mazzette, sapendo quanti lavori di muratura servissero in quei palazzi, ogni anno, e risultavano molti più soldi di quelli che mio padre guadagnava.
Inoltre, sapevo bene che chi aveva lavorato al posto suo, fino ad allora, quei soldi, li aveva presi. Sapevo che il muratore, pur contento di avere a che fare con gente retta, credeva che mio padre fosse poco furbo e sapevo che i suoi clienti, anche se a torto, malignavano comunque sulla sua onestà.
Una signora glielo disse in faccia: ebbe la sfrontatezza di commentare maliziosamente sui suoi guadagni, una mattina. Non credo che capì quanto fu vicina a cadere da una finestra.
La salvammo io e mio fratello, mentre mio padre si calmava e lei si scusava: “Ma io scherzavo… ma si può arrabbiarsi così?”.
Anche allora, chiesi a mio padre che tipo di utilità avesse, tutto quell’ingoiare bile e lui rispose, secco: “io voglio andare in giro a testa alta”.
Mi piacque quel moto di dignità e mi animò, nel mio tardivo percorso di formazione etica, sebbene anche all’epoca fosse già piuttosto facile imbattersi in persone che si erano fatte meno scrupoli di mio padre, a fare il nero, a prendere mazzette, a trafficare, a gestire piani regolatori in funzione dei propri vantaggi, a truccare appalti… Quegli individui, mi pareva, andavano in giro a testa ben più alta della sua… senza nessuna apparente vergogna.
A non arricchire, a restare fedele a principi più vicini a quelli cavallereschi che a quelli buoni per accumulare capitali, mio padre mi parve a lungo un anacronistico Don Chisciotte, pur sapendo bene che i principi cavallereschi, in altri tempi, non furono poi così rispettati come si penserebbe.
Armato di strumenti inadeguati e di forte determinazione, mio padre invecchiava tra la simpatia di chi lo apprezzava così, agguerrito e spavaldo, sostenitore accanito delle cause perse, dei deboli e dei giovani contestatori – se non fosse vero che i giovani contestatori, molto spesso, contestano la spartizione della torta per tutto il tempo necessario ad accaparrarsi una fetta -, e di chi lo ricordava, efficiente e brillante, come fu in ogni singola cosa a cui si dedicò, anima e corpo, tutta la vita.
Trovò, nemo profeta in patria, anche osteggiatori smemorati o semplicemente ignoranti, tra gli stessi amici di una volta e tra gli eterni nemici di ogni voce fuori dal coro, pur bella, come il concime copre sia il terreno brullo che certi splendidi papaveri, proprio mentre io cominciavo ad apprezzare i suoi pregi.
Gli dicevo “Sbagli!” Ma non lo pensavo più…
Un giorno, lo sentii raccontare un aneddoto che già conoscevo, del tempo in cui, assessore comunale, in un paesino di provincia, denunciò la condotta scorretta di certi funzionari, di cui fu testimone, con una lettera alla segreteria del suo partito. Sorrise a lungo, dato che si trattava del Partito Socialista. “Immagino Craxi e Martelli, leggendo la mia lettera…” disse, “Avranno pensato: ques’chì l’è màtt”.
Ogni tanto, questo racconto mi torna in mente, come il sorriso che lo accompagnò: amaro ma non troppo, in fondo.
Penso che non esistano gli uomini buoni. Mio padre, arrabbiato, non ha certo lesinato in cattiverie gratuite, come me, come gli altri.
Penso poi che solo a Hollywood le persone meritevoli siano celebrate per tempo.
Agli altri, santi e dotti, salvi i casi più eclatanti, per cui giunse, tardiva e penitente, la gratitudine dei posteri, ma stiamo parlando di casi veramente unici, di situazioni ben più eccezionali delle storie di molti di noi, beh, a quelli, toccarono sovente pubblico ludibrio e roghi… In certi casi, croci.
Invece, è vero che ci sono uomini che seminano, perché lo sentono il loro dovere, lo fanno sempre, coi figli, con i giovani… con la vita.
Non è un tipo di destino che auguro ai miei, di figli, anzi, spero che seminare non tocchi mai a loro. Gli auguro di raccogliere sempre, magari senza merito, grazie anche solo alla fortuna… Ma so che ciò non significa automaticamente che essi ne sarebbero felici.
Per alcuni tra noi, la felicità non somiglia per nulla all’essere sereni, benestanti e godersela, come parrebbe comunemente accettato. Essere felici, per essi, ha forse più a che fare con la conquista della certezza di avere dato tutto, di essere riusciti a fare il massimo che si potesse, di avere adempiuto al proprio dovere fino in fondo, a costo di consumarsi strada facendo, trovandosi esausti e svuotati.
Il raccolto, per questi, è la stessa semina.
Certo, non è per tutti.
Scusate, non servivano tante parole, ma io ho quel genere di carattere lì…
A chi semina poco, come ai buddisti, anziché tante parole, credo sia sufficiente un ‘grazie’, ogni tanto. Così, da parte mia, grazie… e ndém’innàns!
