• Non sogno mai

    Non sogno mai, o quasi. Oppure, non me ne ricordo. Potrei convenire sul fatto che, probabilmente, sogno più spesso di quello che penso perché, quando capita che mi svegli di soprassalto, interrompendo un incubo, ho come la sensazione, anche se dura pochi istanti -poi, non ci penso fino alla volta successiva- che sia ricorrente.

    Poco importa: succede tanto di rado che, dopo tanti anni, tendo a non considerare la mia o l’altrui attività onirica un modo per interpretare, prevenire, metabolizzare la realtà. So che alcuni lo fanno e, il più delle volte, la cosa, semplicemente, non mi tange. So, ad esempio, cosa si dice a proposito del numero ‘47’ o delle apparizioni mistiche, a volte vere e proprie allucinazioni, di certi padri delle religioni e delle filosofie di tutto il mondo.

    Ipotizzare che i sogni o le allucinazioni degli altri fossero insincere, che fossero creazioni di sana pianta, strumentalmente ispirate dalla stessa esigenza di quegli uomini o di quelle donne, di riconoscere in qualcosa di estraneo e superiore a loro, aldilà di sé stessi, l’origine di una loro precisa, ambiziosa volontà, come a rinforzo di un’opinione altrimenti non sufficientemente referenziata, è per me un puro esercizio dialettico, al bar, oppure un test per mettere alla prova la mia sensibilità, tanto poco mi sento chiamato in causa e mi riesce difficile empatizzare.

    Non trovo mai utile discutere la sensatezza delle ispirazioni altrui, in generale, anche se non mancarono casi in cui dovetti sforzarmi molto per preferire l’onestà del bisogno che sembravano manifestare alla disonestà del pretesto che rivendicavano, tuttavia, trovandomi a realizzare ogni minuto sul fatto che il bisogno, in molti casi che conosco, fu pretesto sufficiente a qualificare azioni che qualità non ne avrebbero avute in nessun altro modo.

    La mia sensibilità, poi, considera cinicamente i bisogni altrui, non avvertendoli, guardandosi bene da giudicare, per carità, ma senza condividere. È come quando sei forte, che vedi gli altri faticare in faccende che a te non costano nulla, come aprire un barattolo o portare l’acqua.

    Ti senti virtuoso nel desiderare di assistere il prossimo, ti senti utile e, disinteressatamente, non cerchi neppure la gratitudine dei più deboli: pensi sia giusto che la fatica, quando per te non lo è, ti tocchi.

    Ora, cosa smuove in noi un cambiamento, anche se riguarda un elemento della vita che abbiamo vissuto tanto tempo fa e che, sappiamo bene, non tornerà più? Anche senza dare una risposta precisa, è chiaro che lo faccia. La demolizione di una casa in cui abbiamo vissuto, l’abbattimento dell’albero che fece ombra ai nostri primi baci, la perdita di un amico che non sentivamo da vent’anni, toccano la struttura di ciò che siamo diventati, anche se non ci colgono affatto di sorpresa, anche se saremmo piuttosto sicuri che, ormai, le nostre certezze sarebbero in grado di reggersi da sole, come un rampicante che, a furia di arrotolarsi, cresce tanto più solido del sostegno cui si sorresse, da non appoggiarvisi più, tanto che non si accorge neppure del momento in cui esso viene a mancare.

    I rampicanti, si sa, non conoscono la nostalgia. Il potere ineffabile della nostalgia è quello di sostituirsi alle nostre prospettive, alla nostra vecchia progettualità, senza che ce ne accorgiamo, oppure mentre saremmo disposti a concedere che accada, salvo capire, quando ormai è davvero tardi, che il futuro non ci interessa più, che il presente, fosse per sempre, ci basterebbe, eccome. Quando realizziamo che il presente passerà, com’è passato il passato, ne sentiamo la mancanza, pur avendolo lì con noi e la nostalgia si impadronisce dei nostri ricordi, ingiallendoli inesorabilmente, come accade a certe foglie d’autunno.

    Ci scopriamo restii a gettare un vecchio maglione, un cucchiaio spaiato, a smettere di usare un calendario di carta, quando tutti i nostri appuntamenti sono annotati nel nostro smartphone.

    Non siamo fatti per rinunciare a ciò che abbiamo amato anche per un solo giorno, nonostante siamo vecchi, non amiamo più come una volta e, probabilmente, l’amore che vorremmo ora è solo un lontano parente di quello che ci ispirava da ragazzi.

    La perdita di una cosa cara, di un affetto che non fa più parte della nostra quotidianità, ma che ricordiamo con dolcezza, non dovrebbe togliere nulla a noi, per il solo fatto che la natura fa il suo dovere e ce la toglie. Il ricordo è sempre là, infatti, e, con esso l’intera struttura della nostra esistenza, ora.

    Invece, nostro malgrado, lo fa. Ad esempio, capita che sogniamo i nostri cari che non ci sono più.

    Io, che non sogno mai, sogno mia madre. La sogno viva, certo, più giovane, rispetto a quando morì, più simile a quando faceva parte della mia quotidianità. La sogno sulla porta di casa, di una casa che non è neppure più la mia. Un me stesso, abbastanza simile a quello che sono ora, l’abbraccia e le dice” come sei bella, stai bene?”. Lei risponde “Non hai idea di come sia bello poter andare dappertutto”, poi, in dialetto, come faceva lei, quando voleva enfatizzare “pö, mì sòn sémper in gìr…”

    Ecco che il mio bisogno, quello di vederla riscattata, pur dopo morta, da una fine di sofferenze, non si dà per vinto, di fronte al mio cinismo o al mio fatalismo, regalandomi la piacevole sensazione per cui, questa serenità post mortem, non proverrebbe da me, quand’anche sia chiaro che io la vorrei, ma da lei.

    Oppure, come ci viene romanticamente detto da sempre, le immagini che i sogni ci suggeriscano, descrivono un mondo imponderabile, ma reale, solo, molto più grande di quello che le nostre piccole intelligenze e i nostri sensi potrebbero percepire, soccorrendo, nelle pieghe misteriose dell’infinito, ove la realtà, confonde i propri confini con ciò che non potremmo mai sperimentare, la nostra poco attrezzata fantasia e creando provvidenziali punti di contatto.

    Siano, i sogni, questi punti di contatto con la realtà sfuggente, irrazionale e improbabile o il frutto di ciò che vogliamo, dato che probabilmente è vero che non crederei mai abbastanza, salvo mentre dormo, che, ora, mia madre stia bene, oppure completamente scollegati dal nostro volere, perché potrei sognarla infelice, ma non lo faccio, la mattina mi sveglio con un umore meno dolente, persino se è lunedì.

    Nel dubbio, converrà giocare al Lotto.