La giustezza delle cose dipende. Relative sono la loro forma e la posizione, soggettiva la loro rilevanza, mutevole la distanza, evanescenti tutte le loro prerogative.
Ogni idea che su ciò che accade ci si faccia è opinabile; eppure, anziché tacerla, spesso la si sparge, come fanno i contadini alla semina. Anche la meno fertile delle opinioni, nelle orecchie di chi l’avrà ascoltata, germinerà, fiorirà e, forse, costituirà l’argomento decisivo in favore o contro, la definitiva spinta a fare o a non fare.
Sarebbe lo stesso, lo dico per nostra tranquillità, anche se nessuno dicesse nulla, in realtà, perché noi scegliamo in base a ciò che si dice, ma anche per ciò che si tace.
È importante che sappiamo riconoscere l’influenza del silenzio. Potremmo, altrimenti, ritenere che ciò che non venga detto non si presti a valutazioni etiche, come le cose che non accadano, perché, infondo, chi si dovrebbe occupare della profonda ingiustizia di qualcosa che non esiste? Cosa penseremmo della crudeltà dei buchi neri, dell’indifferenza delle nebulose?
Il silenzio, invece, si presta eccome alle valutazioni etiche. Vi si presta quello che non facciamo, quello che non diciamo, quello che ignoriamo di sapere e persino quello che sappiamo di ignorare.
Da millenni, succede che attribuiamo canoni di giustizia alle favole, agli ideali, alla fantasia; anzi, per alcuni uomini, modelli inarrivabili di perfezione, concepibili solo in teoria, furono l’archetipo della natura umana, l’originale principio fondante cui ricondurre le varie sfaccettature dei nostri caratteri, che esistono, ma che non lo incarnano mai esattamente. L’essere umano è, pur reale, l’imperfetta versione di sé, mentre l’archetipo, che ne è il coronamento, in concreto, non esiste.
Certo, ci sarebbe molto da dire su astratto e concreto, su reale e irreale, su conoscenza ed esperienza.
Mi piace ricordare che la maggior parte delle esperienze reali, nel corso della nostra vita, riguarda cose che, in pratica, non avvengono che per noi stessi, che non saremmo in grado di dimostrare scientificamente.
Potremmo dedurre che l’esistenza inizi molto prima di ciò che crediamo e, probabilmente, finisca dopo, includendo inevitabilmente, nella nostra esperienza, ciò che, diremmo, non siamo certi che esista, che non è vero assolutamente, ma solo potenzialmente.
Sono ben poche le cose relegabili alla condizione di non esistenza, quando tutto quello che siamo in grado di immaginare, benché astratto, potrebbe influenzarci concretamente; le nostre azioni avranno conseguenze indelebili quand’anche ispirate da pura irragionevolezza, come quelle dettate dal timore che qualcosa accada, ma che poi non accade. Inutile osservare quanto questo genere d’ispirazione sia influente nelle scelte degli uomini e quante azioni furono compiute per paura e desiderio di omologazione.
Ogni frammento infinitesimale di ciò che è, quindi, ogni strascico di ciò che non è più e ogni anticipazione di ciò che non è ancora, ogni parola, vagito, sospiro o silenzio, nell’attimo che definisce la sua pure astratta rilevanza, sia gradita o sgradita, utile o dannosa, è, da subito e per sempre, soggetto a valutazione etica, che ne è l’elemento creativo tipicamente umano e conferisce all’azione, che sarebbe, altrimenti, una mera pulsione, solo occasionalmente a fuoco, la dignità che deriva per l’esercizio consapevole del proprio potere, della propria natura, del proprio discernimento.
Come non realizzare che, nell’impossibilità di assegnare crudeltà o magnanimità a un gesto, senza chiarire per chi esso sarà crudele o per chi sarà magnanimo, a renderlo meritevole d’esser compiuto non sarà l’appellativo di giusto o ingiusto, bensì quello di intenzionale o no?
L’intenzione distingue la miglior qualità di ciò che fu fatto consapevolmente. Sapere perché si agisca è tipico ed esclusivo degli uomini, anche se nessuno sarà in grado di ricostruire a lungo le ragioni di una nostra scelta o di riconoscerne il merito, mancando in seguito gli elementi necessari a comprendere le condizioni che ci portarono a ritenere la nostra scelta migliore di altre.
L’etica serve a noi ed è indice del nostro particolare contributo, condizione imprescindibile e ispirazione della nostra condotta futura. Concorre a disegnare il nostro scenario, come la stratificazione di rocce, detriti e sedimenti compone il suolo su cui camminiamo e cambia, anche se noi non possiamo rendercene conto, definitivamente, le cose. Così, il nulla che sembra niente, non solo è abbastanza ma, se solo siamo capaci di scorgerlo, è tutto.
