Gli umani sono un genere in itinere, in formazione e, apparentemente, ben lungi dalla dirittura d’arrivo.
Tendono, con buona approssimazione, più evidentemente di altri contendenti noti, quali gli invertebrati, ad esempio, al perfezionamento di sé.
Ciò è gratificante, perché ci suggerisce la migliore attitudine a vivere degli uomini di oggi, rispetto a quelli di ieri, ma non ci dona necessariamente alcuna consapevolezza del fatto che essi siano migliori in assoluto, degni di lode.
Gli umani sembrerebbero ben piazzati, ma con qualche dubbio e ben poche conferme.
Ora, se dovessimo ipotizzare un traguardo per il nostro cammino, che giustificasse le nostre fatiche, sia nel caso che coincidesse con l’Eden, il Nirvana o il nostro ritorno alla polvere, sia in quello che si trattasse di una destinazione nuova e inedita, certo, potremmo finire con idealizzare un poco quell’obiettivo e rimandare a esso ogni nostra ambizione di virtù, verità e perfezione.
Potremmo mai accontentarci di qualcosa di meno, come orizzonte ideale, come punto di arrivo, di una virtù, di una verità e di una perfezione assolute?
Certo, in mancanza, bisognerebbe farsene una ragione ma, lungo la strada, potendo immaginare un momento in cui non ci sarà possibile migliorare, evolverci ancora, probabilmente vorremmo che quel momento coincidesse con il nostro massimo splendore, l’attimo eterno che cristallizzasse il nostro apice, a cui nulla si possa aggiungere, né togliere, come l’ultima, ineffabile pennellata di un quadro; incompiuto, fino a un attimo prima, e perfetto, l’attimo dopo.
E se fosse la perfezione, la regola, mentre noi, eternamente perfettibili, fossimo l’eccezione?
Ci provarono in tanti a capire le intenzioni dell’artista ma sia d’accordo e non pensi, invece, di dare alla tela qualche altra pennellata, a un’opera d’arte. A chi osservasse, inconsapevole del conflitto che spesso accompagna l’atto di volontà di un creatore, mentre ripone il pennello, l’opera parrebbe terminata.
Allo stesso modo, un’esistenza non sarebbe mai perfetta prima della fine.
Ogni realtà, anche di poco precedente al punto di arrivo, non si potrebbe dire assoluta.
Se la perfezione è questo, noi costruiamo la perfezione, presumibilmente, ignorandola all’infinito ed essa, di rimando, ci sfuggirà, a sua volta, all’infinito… naturalmente salvo improvvise rivelazioni divine.
L’intera nostra realtà, quindi, non è assoluta, non è univoca, non è definitiva e, in definitiva, non è reale.
Siamo, finché viviamo, il perpetuarsi della provvisorietà e dell’imperfezione. Generazione dopo generazione, assolviamo il nostro ruolo elevando il livello evolutivo della specie, della civiltà e della vita, in generale, a immagine di un ideale di compiutezza che è anch’esso in progresso, usando alla bell’e meglio strumenti via via affinatisi, poi aboliti, poi di nuovo perfezionati, ma nel perseguimento di obiettivi incerti, in assenza di istruzioni e di garanzie.
Infine, ogni anno che si aggiunge ai nostri e alla vita di tutte le vite che osserviamo al nostro fianco, in un processo che, certo, è naturalissimo ma per nulla gradito, sembra sempre più evidente che, a ragion veduta, noi non stiamo affatto migliorando, anzi.
Forse, il progresso segue le fisiologiche fasi della nascita della crescita e dell’invecchiamento. Allora, non sarebbe da escludere che noi si proceda verso l’inesorabile deterioramento della civiltà.
Saremmo allora destinati, a oltranza, ad affinare le qualità che ci permetterebbero di adattarci a un universo agonizzante, salvo perisca, infine, come periscono, agonizzanti, gli uomini.
In altre parole, se non stiamo contribuendo, a ondate, secondo i cicli esistenziali, che ci vogliono incisivi e vigorosi solo fino a una certa età, a un progresso comune, degli individui e dell’ambiente, tale che ciò che segue sia sempre il perfezionamento di ciò che era prima, non è da escludere che si vada, inesorabilmente, dato che in pochi muoiono al meglio delle proprie condizioni, verso lo scadimento di sé, il depauperamento delle risorse e il consumo di tutte le opzioni, come un ottuagenario sperimenta terapie farmacologiche che funzionano sempre meno, finché, di opzioni, non ce ne saranno più e ci si potrà solo adeguare, accettando il fatto che, finendo, finisca tutto.
L’incertezza è la sola verità sperimentabile e, sempre salvi improvvisi Nirvana, ci sarà impossibile concretizzare altro.
Se questa fosse la realtà, quale miglior rifugio della menzogna potremmo allora augurarci?
Dove ripararsi dall’amarezza della precarietà, dalla crudezza dell’inesorabile, dallo stillicidio del senso di inadeguatezza?
Convinti di non farcela, in molti, mentendo a sé stessi, si educano a credere che, invece, ce la faranno, cullandosi nell’idea che sarebbe loro impossibile sperimentare, sulla propria pelle, la delusione per essersi sbagliati.
L’inganno è dunque l’unica forma di realtà che conosciamo in vita e ci appartiene quanto noi, dall’inizio, dal primo vagito, apparteniamo a lui.
Mentiamo dall’inizio, ridendo invece di piangere e piangendo per ottenere ciò che non osiamo chiedere, principalmente per paura, poiché la paura è sempre sproporzionata, rispetto ai fatti. Infatti, ciò che accade non è sempre male e, comunque, non lo è per sempre.
Temiamo, ma spesso invano.
La paura è fantasia, inventiva, ma pur sempre, di fronte al caso che non si è verificato, un falso.
Che maggiore utilità ci deriverebbe dal negare l’evidente effetto terapeutico di mentire, nel corso delle nostre vite? Che senso avrebbe negare che mentire ci è necessario, che non abbiamo armi migliori?
La verità cui aspiriamo non è la speranza che essa, rivelandosi, confermi ciò che affermiamo di sapere e non sappiamo?
La fede nella speranza è ben riposta, certamente, dato che questa è risaputamente l’ultima a morire, tuttavia, ritenere concretamente vero ciò che scopriremmo solo oltre la vita, che verosimilmente sfuggirà alle nostre percezioni e alle nostre esperienze, non significa, invece, ingannare la morte?
Scorgiamo malizia nella maldicenza e dolo nella falsa testimonianza, ma noi stessi ne facciamo largo uso, in buona fede, nell’interesse del destinatario delle nostre menzogne, che spesso siamo noi, cui, a fin di bene, preferiamo consegnare una verità edulcorata, se amara, oppure adulterata e sofisticata, se deludente. Spesso ciò basta ad allontanare il pericolo e a darci pace.
Non lo facciamo solo quando temiamo il nostro destino misterioso e ci sfuggono gli elementi che potrebbero rassicurarci, ma anche quando i confini degli orizzonti che ci si prospettano ci siano insopportabilmente chiari, a maggior ragione perché li conosciamo bene, come lo sono certi meccanismi biologici e certe dinamiche sociali.
La realtà dell’ordinaria successione di eventi, talvolta, rischia di non essere sufficientemente evocativa e risultare meno attraente, per i giovani di ogni età, della magia e degli oroscopi.
Non siamo già sufficientemente persuasi della preferenza diffusa della verosimiglianza, anche per tesi tutt’altro che dimostrabili, rispetto a una inedita e concreta scoperta? Cosa direbbe Galileo?
…e Descartes?
Diffidiamo perché siamo ignoranti ma anche se non lo siamo, perché allora sappiamo che lo siamo.
Invece, crediamo a chi mente e affermi senza pudore di farlo, come maghi e romanzieri, pur sapendo che mentono per interesse.
Confezioniamo eccezioni e attenuanti per le intenzioni, distinguendo tra chi mente per sé e chi no; ci preme sapere, chi mente, nell’interesse di chi lo faccia, ma assolviamo coloro che sono seriamente motivati e chi è disinteressato, per insufficienza di prove.
Ogni nostra parola detta per essere vera, troverà detrattori pronti a smentirla, mentre un racconto inventato di sana pianta, fosse anche la più astrusa delle figure retoriche, sia la Divina Commedia o l’ultimo successo del rapper più famoso, sarà fonte di ispirazione per qualcuno, anche se palesemente fasulla, e nessuno sentirà il bisogno di confutarla.
La tanto vituperata menzogna è la sola versione possibile per noi, dato che la nostra mente, la verità, non la conosce e spesso non la capisce. Checché se ne dica, la realtà supera l’immaginazione, è vero, ma sovente in peggio.
Dove mai, rispetto a una illusione, potrebbe condurci la verità? Pensiamo davvero che sarebbe, infine, un luogo totalmente diverso?
Le regole del cosmo sono relative, la gravità è relativa, la relatività è relativa.
Ciò che è vero come il sole che sorge, è vero solo finché il sole sorge e per una parte così circoscritta dell’universo che, scomodarsi a sostenere la sua veridicità, dovrebbe costituire un atto di fede sproporzionato per chiunque.
Ogni posizione definitiva che decidiamo di assumere, così, acquisisce sensatezza solo dalla profonda insensatezza di credere che ci sia qualcosa di definitivo.
La verità, anche quella che valeva prima di noi e, dopo di noi, probabilmente farà ancora a lungo bella mostra di sé, non è altro che una condizione temporanea. Essa s’inchinerà, come tutte le più dimostrate e immutabili leggi fisiche, al mutamento delle condizioni.
La sola cosa che non si piegherà mai, che volerà libera e indipendente, l’unica costante regola che reggerà l’universo, concreta come un orologio rotto, come, una cosa mai successa, a un certo punto, succede, è la menzogna.
Cosa scegliere?
Cosa sceglierebbe Biancaneve se sapesse che la mela è avvelenata?
Cosa sceglierebbe Penelope se sapesse che Odisseo le ha raccontato un sacco di frottole?
Cosa sceglierebbe l’ONU se sapesse che in Iraq non ci sono armi di distruzione di massa?
Siamo portati a credere che, potendo sapere la verità, la maggior parte di noi, la preferirebbe alla falsità, ma non è così.
Non è certo che la verità sia, oltre il capolinea, il nostro obiettivo, il paradiso di perfezione cui tendere.
Parafrasando Buddha, forse, il paradiso è qui, ora. La perfezione è l’equilibrio tra ogni cosa e il suo contrario, la perfezione esiste in quanto esiste l’imperfezione; la virtù esiste in quanto esiste il vizio; la verità esiste in quanto esiste la falsità. Togliamo un elemento e ci priveremo anche del suo opposto.
Forse, se avessimo tutti gli strumenti per comprendere la verità, in quel caso, la scelta sarebbe una scelta di libertà.
In caso contrario, l’educazione alla vita e la vita stessa, senza occhiali rosa, senza zucchero, senza favole, senza dio, richiederebbero molto più impegno, molta più dedizione, molto più tempo a disposizione per abituare la mente alla verità… …ma, fortunatamente, la mente mente.
