• Virtù e dieta bilanciata

    Pare che Socrate, la cui saggezza è nota ancora oggi, non condividesse l’idea che la felicità sarebbe subordinata al possesso di qualcosa, all’agiatezza o al lusso. Egli preferiva sostenere che, per essere davvero felici, bastasse non avere bisogno di niente e che fortunato fosse l’uomo che riesce a vivere con poco. 

    Pare che ciò fu sufficiente a controbattere all’osservazione di un rivale, forse intenzionato a screditarlo, che gli fece notare quanto poco apparisse felice la sua esistenza ascetica, fatta di privazioni e di austerità, ma certamente non chiarisce molto della pratica che dovrebbe derivarne, del metodo da seguire per chi, tra una gioia negata e l’altra, non disdegni di incappare nella felicità.

    In che modo io, che non sono Socrate, potrei non aver bisogno di niente? Mi pare davvero un arduo obiettivo.

    Probabilmente sono traviato da una visione limitata, da una miopia che mi nega il senso della verità, che pare inafferrabile. Affronto ostacoli che riguardano questioni marginali, forse, e banali esigenze fisiologiche, secondo regole tribali di sopravvivenza, condite di implicazioni sociali la cui natura è totalmente terrena, tanto che un Socrate, oggi, ci metterebbe un secondo a mostrarmi che i problemi sono altri ma a me paiono tutt’altro che scontati e influenzano la mia concezione delle cose e il modo in cui le ordino sulla scala delle mie priorità.

    Ad esempio, se guardo gli altri, non posso fare a meno di constatare quanto sia frequente il caso di chi non mostri il minimo attaccamento alle cose materiali, per il semplice fatto di possederle già, più o meno come me, che non ho quasi mai fame dopo che ho mangiato. 

    A chi dorme sereno, non manca certo il sonno; chi ha compagnia non si sente solo, chi vede bene non ha bisogno di occhiali. Pretenderebbero dunque troppo gli insonni, gli esclusi e gli ipermetropi?

    A volte, le persone, ai beni materiali, antepongono altri valori, magari immateriali, magari spirituali o ideali.

    Ciò mi porta a pensare che le persone che non hanno bisogno di nulla, in realtà, da un lato possono permettersi tutto, compreso il lusso, tipico di chi potrebbe essere accontentato all’istante, di non disporne; dall’altro, non amano nulla, oppure collocano il lusso e l’agio molto in basso nella scala delle proprie priorità, tanto da non ritenerli importanti, dato che le cose importanti sono altrove, magari attinenti alla fede, alla scienza, alla verità.

    Bisognerebbe chiedersi, allora, se valga lo stesso principio generale e si possa parlare di felicità – e non d’insensibilità – per un uomo che non ha bisogno di una fede o dell’affetto, del benessere proprio o delle persone amate, che so, un padre che non desideri l’amore dei figli, un attore o un’attrice che non cerchino l’affetto del pubblico, una madre per nulla preoccupata della febbre alta del suo bambino, oppure sia semplicemente falso che, dal non aver nessun coinvolgimento, mi deriverebbe, anziché il sereno disincanto e il necessario distacco dalle cose terrene che auspicava il Buddha, una qualche forma di superiore felicità.

    È noto che chi non abbia legami, famiglia o affetti, che non abbia bisogno di lavorare per vivere e che goda di ottima salute, ha, ovviamente, più chance di non aver bisogno di aiuto, di assistenza. Tuttavia, che le persone malate, vincolate dagli affetti, sia liberamente scelti che trovati lungo la strada e, per di più, povere, avrebbero meno diritto a essere felici perché meno indipendenti, mi parrebbe una vera ingiustizia. salvo credere che tutti dobbiamo perseguire un’unica via, magari quella dell’ascetismo, restando alla larga dagli impegni che potrebbero limitare la nostra autonomia.

    Che possibilità avrebbe mai prosperare una civiltà di soli filosofi, sacerdoti e youtuber?

    Temo che, quel disinteresse posseduto da Socrate, in grado di presagire la natura divina del sapere, della virtù come punto d’arrivo e il perno delle nostre e di tutte le altre vite, mi sfuggirà sempre, in parte. Peggio: io ne traggo in prevalenza negativi spunti di riflessione.

    In primo luogo, a me l’idea che si possa ritenere felice chi sappia vivere con niente o infelice chi si bei del lusso e delle frivolezze, pare tutt’altro che buona: a me derivano dispiaceri sia dal digiuno che dall’indigestione e, allo stesso modo in cui sperimentiamo il successo di una dieta equilibrata, che ci fa, almeno statisticamente, stare bene a lungo, il fatto di ingurgitare cibi non sani, maltrattare il prossimo e causare ingiustizie, esattamente come resistere alla fame, all’oppressione e all’iniquità, causerà, infine, gastriti, rimorsi, rancori.

    La continenza, intesa come potere di controllo sulla propria umana istintività, anche in tempi in cui è probabilmente vero che l’ideale di benessere cui aspirano i più richieda una dose di futilità e inutilità inedita, rispetto ai tempi di Socrate, dato che, come direbbe qualcuno, abbiamo troppo, non si esercita tuttavia sottoponendosi a inumane privazioni, bensì sperimentando equilibrio, equidistanza e imparzialità.

    La felicità non è la capacità di individuare lo zero teorico della propria virtù, ma di orientarsi sulla linea di confine tra troppo e poco, sulla via verso ciò che probabilmente si concretizzerà solo a volte e solo temporaneamente, ma che è probabile che corrisponda, tendenzialmente, al giusto.

    Per quanto il giusto non esista, inteso come punto di arrivo, nessuno sia capace di individuare una misura univoca per il troppo o per il poco e questa, di cui parlo, sia ben lungi dall’essere una regola valida per tutti, se non per qualche buddista ortodosso, in grado di rinunciare, sulla via dell’illuminazione, a tutti i suoi affetti terreni, pensare che la virtù sia compresa tra cose che esistono, sia pure mai inclusa in una o nell’altra, anzi, distinta da ognuna di esse, ebbene, mi pare più semplice, almeno da capire, di uno scopo oltre l’orizzonte, non visibile, non realmente raggiungibile, come mi sembra essere la virtù socratica.

    Io che sono abituato a credere che i beni non siano tutti uguali e, temo, potrei non sentirmi per nulla pago del digiuno, di qualunque bene si parli, materiale o immateriale, come non lo sarei della sazietà, se non in virtù della certezza che le pietanze che mi vengono negate sono meno necessarie o anche solo meno saporite di quelle di cui invece dispongo, concepisco con minor sforzo una disaffezione alle cose terrene causata dalla semplice preferenza per altri beni, come, intenti in un’occupazione che ci piaccia o affranti per il dolore, non avvertiamo l’appetito, oppure, particolarmente carichi di adrenalina, non ci accorgiamo della ferita sanguinante.

    Confucio, nel riferire di sé, disse che la passione per lo studio gli faceva scordare di mangiare e di stare invecchiando, ma molti giovani studenti si ricordano di dover morire proprio a causa dello studio, così preferiscono dedicare il tempo ad altro.

    La personale graduatoria in cui ognuno ordina, autonomamente o in virtù dell’educazione e delle influenze, le proprie preferenze, rende alcuni incapaci di rinunciare allo champagne e alle ostriche senza sperimentare la precisa sensazione che ciò corrisponderebbe a una vera ingiustizia, mentre rende altri pronti a sacrificare anche la vita, per non aver ottenuto la considerazione che credevano di meritare. Naturalmente ciò vale per tutto: per le ostriche, ma anche per gli affetti, i principi, i valori.

    Non vi sono forse persone disposte a sostenere che esistano beni, risorse o virtù incomprimibili, irrinunciabili?

    In teoria, anche se mi guardo dal trarne una regola, so che, in preda all’ispirazione del tutto umana e istintiva del momento, come altri hanno fatto, non senza essere criticati, magari proprio da me, potrei consumare tutta la mia esistenza per motivi di principio, per orgoglio o per capriccio.

    Fulcro della mia umanità potrebbe essere la difesa dell’umanità o dell’ultimo biscotto, la dignità degli oppressi o il diritto di precedenza sulle rotonde. In questo, oltre al resto, Socrate aveva parole sibilline, ma regole più precise.

    Evidentemente, l’errore dei mortali come me, di fronte alle parole dell’immortale Socrate, potrebbe derivare dal desiderare che in esse ci sia proprio la verità che lui affermava di non conoscere, mentre è forse più utile focalizzarsi sul fine, sul vertice della scala dei valori, al cui ottenimento votare l’esistenza e subordinare tutto il resto, che quindi smette di esserci necessario, con la conseguenza che non ne abbiamo più bisogno e per cui quindi potremmo dirci felici.

    Per Socrate, il valore assoluto era la virtù e il bene più prezioso di tutti era l’anima, da conservare immacolata, al riparo dalle ingiustizie causate dall’ignoranza, poiché, secondo il filosofo, nessuno, sapendo che una cosa è male, la commetterebbe lo stesso e, chi commettesse ingiustizie, lo farebbe con la candida arroganza di chi è, in buona fede, persuaso di essere nel giusto.

    Hitler pensava davvero che fosse una cosa buona eliminare gli ebrei. I crociati pensavano fosse santo falciare gli infedeli. Gli schiavisti e i mariti violenti dormono tra due guanciali anche sottomettendo quotidianamente altre persone.

    A molti uomini, magari non di intelletto luminoso come quello di Socrate, ma in grado di mettete in ombra ogni mia ipotesi in merito, non parve realistica, la sua visione. La definirono intellettualista, paradossista e la screditarono, a più riprese.

    Non vi sono, in realtà, possibilità di avere ragione sull’ideale socratico. Anzi, se fosse ancora vivo e tra noi, anche dopo duemilacinquecento anni, forse, ai talk show, il filosofo ateniese farebbe ancora la sua figura.

    Balza all’occhio che la sottile linea di confine tra ciò che ci è necessario per vivere, ciò che è gusto e ciò che non lo è, passando da tutte quelle cose che dovrebbero, forse, renderci felici, compreso il fatto di non avere bisogno di niente, non è affatto così sottile, anzi, è uno sterminato territorio acquitrinoso in cui vi sono mine e pericolosi nemici.

    Pare, tuttavia, salvo sorprese mistiche, che sia la parte più divertente, per cui…