• A nessuno frega niente dei palestinesi

    A nessuno frega niente dei palestinesi.

    Inoltre, non serve talento: qualunque idiota è perfettamente in grado di riconoscere in sé il fastidio per l’uccisione di civili innocenti – tra cui i bambini – quando sia costretto ad assistervi una o due volte di troppo, comunque quel tanto che basti a scalfire appena l’indifferenza che hanno molti di noi, mentre preferiscono non occuparsi affatto delle tragedie altrui, sperando che non riguardino mai loro, finché, ovviamente, non finiscono col coinvolgerli davvero, guastando loro l’umore o l’appetito, perlomeno, come ferebbe un importuno piccione incastrato nella grondaia, se realizziamo che toccherà a noi pulire.

    L’avere dei sentimenti ci rende forse vivi, ma non santi, più o meno come tifare la squadra che vince il campionato non ci rende grandi atleti.

    Se mai, potremmo chiederci perché veniamo messi a conoscenza di alcune di queste tragedie che non ci riguardano, pur non volendolo affatto e, anzi, desiderando di restarne all’oscuro, e non di altre, quando siamo abbastanza sicuri che non ci sarebbe comunque nulla, nel bene o nel male, che potremmo davvero fare per cambiare le cose, che la nostra opinione, che in altri casi nessuno si prese la briga di consultare, in questo specifico caso sia sensibilizzata a dovere e puntualmente informata. Vediamo questi, di bambini sofferenti, anziché altri, che pure soffrono, ma sono fuori dall’inquadratura.

    Non ci frega nulla dei palestinesi; vorremmo semplicemente indietro la possibilità di fare colazione, merenda e aperitivo, senza vedere bambini che piangono in tv, esattamente come non vedemmo, qualche anno fa, i bimbi cambogiani o curdi.

    Che poi, in sostanza, veniamo sensibilizzati a cosa?

    Pare, ma bisogna dirlo sottovoce, che una pace che passasse dalla prona accettazione della vicinanza con Israele non fosse, solo pochi mesi fa, opinione diffusa tra i palestinesi nei territori occupati, posto che abbia senso e non sembri davvero inopportuno e ingeneroso, nell’attuale situazione, parlare dell’opinione diffusa tra i palestinesi nei territori occupati.

    Pare anche che, se di genocidio si doveva trattare, giacché è evidente che qualcuno ci pensò, nel corso degli ultimi tre millenni, allo sterminio degli ebrei, ci si sarebbe potuti aspettare fosse causato dai filo-palestinesi, chiunque essi siano.

    È chiaro che non tutti i palestinesi condividano le idee di Hamas e che gruppi come Hezbollah e PIJ non annoverassero tra i propri attivisti tutti gli abitanti della Palestina, ma è anche abbastanza inevitabile che qualcuno, tra gli attivisti di PIJ, Hezbollah o Hamas, fosse palestinese…

    Pare poi che da noi, vuoi per amore-odio verso l’America, del tipo che si prova per alcuni genitori e certi sfruttatori, cui si guarda pure con un vago senso di sudditanza, ma senza risparmiare il disprezzo e l’irriverenza che si devono a coloro che si ritiene siano i veri colpevoli o i mandanti, ad Hamas si attribuisca invece il creativo ruolo del disturbatore, alla peggio, dello strenuo e disperato oppositore, anziché quello di un gruppo terroristico armato, chissà da chi, che si prefigge l’annientamento di Israele.

    Quello che le persone credono o pensano di credere, tuttavia, con i blocchi navali, i tavoli delle trattative, la paura della propagazione del conflitto e con la differenza tra legittime azioni militari e crimini di guerra, che mi parrebbe già un concetto molto al di sotto di un auspicabile livello di civiltà, non c’entra affatto.

    Evidentemente, ci saranno stati i matti anche nei Territori Occupati; potremmo tuttavia concedere che in una Palestina democratica come democratiche sono le nostre belle repubbliche, in tempo di pace, anche i matti fossero liberi di ritenere che Israele dovesse essere costituito altrove senza rischiare la pelle e soprattutto che non tutti i palestinesi avessero una precisa posizione ideologica, al riguardo, che vi fosse, anche a Gaza City, qualcuno che pensava e che avrebbe continuato a pensare, non avessero cominciato a bombardargli casa, ai cazzi suoi.

    Qualcuno ha detto – altrimenti lo dico io – che di sterminio non s’è mai sazi: una volta che uno ha cominciato, diventa difficilissimo fermarsi persino quando i motivi per cessare le ostilità ci sarebbero, come a certi sontuosi banchetti si assaggia tutto e si finisce col fare indigestione di stuzzichini. Lo sterminio è come quei vecchi rubinetti che, anche a stringerli bene, perdono sempre qualche goccia.

    Presa la mano, in poco più di qualche decennio, anche i perseguitati per antonomasia, per tradizione, direi, faticano ora a smettere l’abito del giustiziere o del vendicatore.

    Pare però che sia, anche questa brama di esplorare gli abissi più terrificanti della propria crudeltà, espressione poetica della nostra pur ordinaria e congenita umanità – quindi nulla di speciale – e che qualcuno, avendone raccolto copiosi riscontri altrove, negli ultimi decenni, non sia d’accordo a considerare la questione palestinese, perlomeno quella recentissima, un esempio davvero rappresentativo di esplorazione dell’abisso, riconoscendo, si, tutti i sintomi della consueta meschinità, dell’interesse, dell’egoismo, ma senza vera originalità criminale e in proporzioni potenzialmente più limitate che in altre circostanze dello stesso genere.

    Se non altro, bisognerà pur riconoscere che un genocidio accurato potrebbe addirittura cambiare la prospettiva di vita dei residenti – certo quelli che incidentalmente dovessero scampare – quel tanto che basti, fino al prossimo moto di orgoglio nazionalista, la prossima fiera affermazione della propria identità culturale, etnica e religiosa, a condividere una qualche forma di accettabile coesistenza, nella mente dei sopravvissuti, fosse anche solo per disperazione, prima che qualche pezzo grosso decida di metterla nero su bianco e suggellare la pace.

    Certo, alcuni di noi potrebbero sentirsi tristemente del parere che anche Israele non potesse prevalere a lungo su Hamas se non con un atto di forza che tendesse a decimare il bacino di utenza dei ribelli. Ma bisognerebbe essere abbastanza stupidi da credere che lo sterminio di tutti i nemici possa produrre effetti permanenti e non soltanto temporanei.

    Bisognerebbe essere abbastanza inesperti da immaginare che lo sterminio abbia soltanto cause irrazionali, dettate dall’esasperazione e dalla sete di vendetta, e non invece motivazioni economiche che lo invochino e giustifichino e che proprio in queste ragioni economiche — brutalmente chiare — si nasconda una paradossale forma di “etica”, più solida e più cinica dell’indignazione morale.

    Bisognerebbe credere che gli israeliani siano soltanto cattivi, dato che sembrano avere la determinazione di, per così dire, finire il lavoro, e i palestinesi soltanto buoni, come sono sempre buoni i martiri, una volta morti; soprattutto che siano e siamo tutti immuni dalle sempre più manifeste manipolazioni dei propri centri di potere.

    Bisognerebbe credere che le soluzioni siano semplici e che la pace si trovi in fondo alla lotta.

    Io, francamente, non credo nulla di tutto ciò.

    Forse, a non volere peccare per troppo cinismo, potremmo chiederci se lo vorremmo davvero, un mondo retto dalla brama di sterminio.

    A parti inverse, probabilmente ci sarebbe stato qualche movimento pro-israeliani anche tra gli arabi… perché chi potrebbe desiderare ancora il sacrificio di intere famiglie, città e dinastie ebree?

    A parti inverse, forse, decimarli fino all’ultimo uomo, l’ultima donna, gli ultimi bambini o animali di grossa taglia, potrebbe considerarsi più o meno l’unica maniera per sconfiggere il nemico, ove il nemico non fosse qualcuno, come gli sfortunati abitanti dell’area, ma qualcosa, come il rischio di perdere un importante avamposto del potere e quello di ricaderci, a ondate ricorrenti, quando orfani incattiviti, armati e sufficientemente motivati, diventassero l’ideale agnello sacrificale all’altare di qualche interesse implicito da tutelare, come un invisibile e decentrato status quo… non fosse che poi si diventerebbe o almeno ci si sentirebbe dei poco fantasiosi complottisti.

    Il genocidio che nessuno vuole potrebbe essere il solo modo di vincere, per gli aggressori, di qualunque parte siano, finché si cancellasse non solo l’iniziativa ma anche l’ultimissima eco di, non dico vendetta, ma anche del minimo rigurgito bilioso di giustizia, posto che di giustizia si possa mai più parlare.

    Ma a noi, ripeto, non importa nulla dei palestinesi.

    Gaza, poi, solo se sei di Gaza sai dov’è… o com’è… non fosse che ogni decina d’anni è così necessario ricostruirla dalle macerie, affinché diventi quel paradiso immobiliare di cui si sente parlare, che anche chi era di Gaza, evidentemente stenta ormai a riconoscerla.

    No, non c’è nulla di personale. Gaza è un esempio, dato che è al momento sotto gli occhi di tutti…

    Per inciso, non gliene frega niente a nessuno neppure degli ucraini e non c’è nulla di personale neanche in questo, perché non importa a nessuno neanche dei russi, tanto per dire.

    Poi, siate onesti: chi l’ha mai visto, da queste parti, un ceceno?

    Com’è fatto un ceceno?

    Raccontatemi, voi che sapete le cose, qual è il vero volto di un armeno.

    Chi si metterebbe dalla parte degli azeri? Chi sono gli azeri, amici caucasici degli aztechi, cugini dei Maya, nipoti degli Incas?

    Ok, tutti sanno chi era Anna Frank e comunque sarebbe una contraddizione in termine dimenticarsi del giorno della memoria, ma a chi importa più della pulizia etnica nell’Ex Jugoslavia? Chi si ricorda di Srebrenica?

    Quanti furono i civili uccisi in Indonesia e in Bangladesh? Milioni, pare…

    Quanti ne uccise Assad in Siria? Quanti ne morirono nello Yemen o nel Darfur?

    Morirono forse 800.000 civili in Ruanda. Chi non morì, visse orribilmente mutilato, testimoniando di persona quanto l’evoluzione non conduca necessariamente dalla bestialità all’umanità, eppure, anche se ne parlarono, la strage di Tutsi e Hutu non divenne oggetto di dibattito planetario, relegata a fatto sanguinario, pure truculento e angoscioso, ma periferico.

    Forse è così che dev’essere ed eventi che coinvolsero meno individui, meglio raccontati, divennero più coinvolgenti, in grado di suscitare forte sdegno e smuovere la pubblica opinione.

    Forse, d’altra parte, la pubblica opinione, anche se parrebbe non servire a nessuno, alla fine torna utile se è orientata ad arte, potendo, essa soltanto, esercitare la giusta pressione affinché cessi il flusso di vittime che, ancorché necessario all’ottenimento di qualcosa che a noi sfugge, ma che alla lunga serve la causa comune, diventi troppo evidentemente vergognoso, mentre è chiaro che nessuno si vergogna di nulla, da queste parti, ma è solo ora di chiudere quei rubinetti, perché da soli, ormai, non riuscirebbero più a farlo.

    La pubblica opinione, come la coscienza di un malato, smette anche la pillola che gli salva la vita solo per stanchezza, perché gli effetti collaterali, che prima non sentiva, ora la disturbano più della malattia. Lo fa stupidamente, senza vera consapevolezza, fidandosi dei propri sentimenti e, naturalmente, contro il parere del medico.

    Oppure, la pubblica opinione non può davvero nulla ed è tutto un grande teatrino…

    Ma a noi, che c’importa?