Il giorno dell’Immacolata ho fatto una storta.
Il dolore è stato fortissimo, unito alla sensazione spiacevole e precisa di aver rotto qualcosa e all’imbarazzante consapevolezza di star soffrendo di fronte agli altri, senza nessuna attitudine all’autocontrollo, con smorfie e lamenti.
Il dolore mi ha impedito di dormire, quella notte, e di camminare senza zoppicare, nei giorni successivi.
Immaginavo che, fossi andato dal medico, non me la sarei cavata con una pomata, così, vedendo che, lentamente, nonostante qualche sporadica fitta e il gonfiore tumefatto della caviglia, il dolore calava, mi stavo già preparando a non andarci affatto.
Alla TV direbbero “non fatelo a casa”, perché, se qualcuno ti suggerisce di consultare un medico, dopo un trauma, lo fa per eccesso, a volte, di zelo, di prudenza, ma sbagliando poco, per cui è bene dire che non ascoltare il consiglio, soprattutto quando sembri buono, non è la cosa più intelligente da fare. Tuttavia, io che, se entrerò nella Storia, non sarà per la mia intelligenza, non seguo i consigli degli altri tutte le volte, anzi, se ciò che scelgo di fare o di non fare somigli a quello che mi è stato suggerito, è spesso solo per una pura coincidenza.
Ormai ho un’età… credo che non migliorerò più.
Ebbene, il caso ha voluto che stavolta ascoltassi i consigli di mio cognato, di mia moglie, di alcuni amici.
C’era chi mi metteva in guardia dai rischi di una frattura guarita male e che, per prudenza, almeno una cosa facile come una lastra, sosteneva fosse il caso di farla.
C’era chi mi chiedeva:” perché paghi un’assicurazione se, quando hai un sinistro, non lo denunci mai?”
C’era anche chi presagiva necrosi ossee, putrefazioni, amputazioni…
Sinceramente, arrivando in ospedale pensavo alle persone che stanno male davvero, sentendomi un poco colpevole di non essere in grave pericolo. Valutavo l’impatto del mio infortunio sul costo globale della sanità e compativo i medici, che dovrebbero occuparsi dei malati urgenti e del resto.
Alla fine, eccomi nell’atrio del Pronto Soccorso.
Ora, io non lo sapevo, ma pare che l’assicurazione preferisca i referti del pronto soccorso alle visite private.
Ho chiesto spiegazioni alla compagnia assicurativa e mi è stato risposto che probabilmente ha a che fare con l’elevato numero di finte denunce.
Evidentemente, si ritiene che se ti sottoponi al calvario della sanità pubblica, devi stare male davvero.
Non ho indagato oltre, perché ogni categoria, ivi compresi gli assicuratori, ha i suoi demoni.
Tuttavia, sapevo quello che mi aspettava. Il Pronto Soccorso è un’anacronistica anticamera per l’inferno. A tratti ricorda le storie di Kafka, a tratti quelle di Dante. L’attesa può costare svariate ore di vita che non torneranno più, in balia di un bollino verde, poiché il bollino di un piede gonfio è verde di certo, in presenza di infarti o emorragie, e dei ritmi di lavoro ai limiti del sostenibile, di medici e infermieri di turno.
Il disturbo è sia mio, che potrei spendere meglio il mio pomeriggio, forse, anche se probabilmente non lo farei, sia dei medici, che non salveranno vite per tutto il tempo che dovranno dedicare a me.
Non vengo spesso da queste parti… ammetto che m’era parso, l’ultima volta che mi capitò di venirci, che la sala d’aspetto fosse più ampia di questo scantinato pulcioso.
Siamo in un seminterrato senza finestre, illuminato poco e riscaldato peggio; l’ambiente stride con i modi degli addetti presenti, cordiali e affabili, tanto che, anziché pensare al disservizio e all’inadeguatezza strutturale, dato che sono più numerosi gli ospiti doloranti dei posti a sedere disponibili, penso all’eroismo degli intrepidi operatori, costretti a lavorare in condizioni pietose, irrispettose delle loro professionalità e delle necessità dei malati, che sono anche contribuenti, come fossimo in ospedali di guerra, senza guerra, in cui curare e curarsi sotto tendopoli e strutture improvvisate e fatiscenti.
Un simpatico addetto che probabilmente non vive in Italia da molto, ma che lavora con zelo, introduce i potenziali malati, tra cui me, e tutti quelli che richiedono udienza, nello stesso stanzino, previa sanificazione delle mani e misurazione della temperatura. Mi viene indicato l’ultimo della fila e io mi accomodo dove posso, sapendo di essere dopo di lui.
Dalle conversazioni dei vicini, apprendo che i tempi di attesa, prima di accedere al triage, sono di più di un’ora ma meno di tre e, con buona pace del Garante della Privacy, apprendo che la mia distorsione è sorprendentemente in media, rispetto alle patologie dei presenti.
Per tutto il tempo in cui attendo il triage, infatti, chiedo ai compagni di avventura quali siano i loro problemi. Chiedo anche cosa sia il triage, dato che lo aspettiamo tutti, ma in pochi conoscono la risposta.
Si contano due coliche, due probabili fratture al polso, una lacerazione di un tendine, un’ustione al braccio, per colpa di una padella, tre tossi sospette ai bambini, due cadute in casa è una caviglia dolorante. Ci sono poi almeno tre persone che devono solo chiedere: due che aspettano notizie per un parente e un tizio con un pacchetto in mano, che vorrebbe consegnare un regalino al medico di turno, per gratitudine. Non aspetta nessun triage ma ha deciso di affrontare comunque l’attesa, per non passare avanti a nessuno.
Io resto in piedi, sospettando che, non fossi venuto, il gonfiore alla caviglia sarebbe calato, stasera, mentre, dopo quest’avventura, mi ritroverò la classica zampogna natalizia.
Poiché la mia posizione è vicina all’unica reception, sento quasi ogni dialogo. Non che sia in qualche modo interessato, anzi, la posizione è pressoché obbligatoria, nel rispetto delle distanze sociali, di almeno un metro.
Tutti indossano la mascherina e il giovane oriundo, con tutto il buon senso che permette una situazione quando ne è priva, assegna le posizioni, a seconda dell’ordine di arrivo, aldilà della porta, aldiquà dell’ascensore, sulla prima sedia, sulla seconda.
Mi dà da pensare il fatto che, in più di un’occasione, chieda all’ultimo della fila di scalare sulla penultima sedia, nel frattempo svuotatasi, facendo accomodare un nuovo venuto.
Non riesco a immaginare perché accanirsi per il rispetto di quell’unico precetto. Infatti, vi sono persone in piedi da ore, inoltre, alcune delle persone che si alzano e slittano senza discutere, hanno male a una gamba o alla schiena e infine, a me pare, date le dimensioni ristrette del locale, se il nuovo entrato, informato del suo turno, sosti vicino all’ingresso o a ridosso del banco di accettazione, è del tutto indifferente. Tuttavia, riconoscendo, anziché l’ennesimo fenomeno di assuefazione all’autorità, fosse anche solo quella di poter decidere tra scopa e scopettone, lo zelo per un lavoro ben fatto, benché proporzionato più alle condizioni ordinarie che a quelle straordinarie e sempre ammesso che si vedano mai, da queste parti, condizioni ordinarie, non discuto, sapendo che non migliorerei le cose nel secondo caso, meno che mai nel primo.
Mi accorgo che l’incaricato alla reception propone a tutti un tampone antigenico:” è facoltativo e ininfluente sul percorso successivo nel Pronto Soccorso”. Tutti ribattono di essere vaccinati, ma in molti accettano comunque; infondo, se viene proposto, è perché qualcuno spera di ottenere da ciò maggiori garanzie di sicurezza. A cosa varrebbe opporsi?
Al mio turno, accetto a mia volta, curioso di scoprire se sono davvero negativo.
Almeno, anche fossi venuto per nulla, in merito alla mia caviglia, non sarei venuto per nulla, in generale.
Supero il triage.
Alle spalle del box c’è un corridoio brulicante di gente di ogni tipo. Qualcuno sosta su una barella, qualcuno su di una sedia a rotelle. Per lo più è un andirivieni saltellante di crocs e divise da infermiere e da dottore. Nessuna di esse è bianca: per colori e varietà, tra pantaloni a righe e casacche verdine e rosine, non fosse, chiaramente, un ospedale, potrebbe sembrare il dietro le quinte di Master Chef.
Uno di questi pseudo concorrenti mi indirizza verso la radiologia, poi dal medico e, in fondo a un altro corridoio, alla sala gessi. Ecco, ho una piccola frattura, che mi impone un goffo stivale per un mese.
Uscendo, mi metto seduto su di una sedia a rotelle, in attesa che qualcuno venga a recuperarmi e, non avendo molte alternative, mi guardo intorno.
Io non sono un uomo sensibile. Soffro per le ingiustizie, certo, sopporto il dolore solo fino a un certo punto ma, in generale, non apprezzo, in me o negli altri, l’esibizione plateale delle emozioni. Preferisco l’ironia, sempre.
In generale, mi ritengo abbastanza capace, in quasi ogni occasione, di sdrammatizzare più e meglio della media della popolazione, per quello che riguarda la modalità in cui, come utenti, prima che come cittadini o come esseri umani, dobbiamo essere trattati.
Che capitino avvenimenti in grado di sorprendermi, di colpire un nervo scoperto, oggi più di ieri, lo riterrei improbabile. Sono pochi, a una certa età, i nervi scoperti.
Per certi versi, vivere con leggerezza serve anche a non trovarsi smarriti, come può accadere, banalmente, quando si è genitori e si teme per i figli, così si deve evitare di guardare troppo attentamente i figli degli altri, quando soffrono.
Si sa, entrare in un Pronto Soccorso e non imbattersi neanche una volta in qualcuno che soffra, è abbastanza raro. Ci si può trovare lì all’arrivo di un’ambulanza, sperando di non vedere il ferito che scaricheranno, evitando di immagazzinare nella memoria, già segnata da altre immagini indelebili di volti sfigurati o membra offese, accumulate negli anni, nuovo materiale, oppure di sperare che il male che costringe una bimba, che comunque sorride a suo padre, mentre è immobile su di una carrozzina, sia passeggero.
Sto lì, coi miei calzoni in mano, col mio gesso nuovo, e mi trovo combattuto, al contempo, tra il desiderio folle di potermi occupare io di tutto, di farmene carico, come se fosse in qualche modo possibile ottenere, in vita, il potere di risolvere tutti i problemi del mondo e la paura che possa succedere davvero, che, a un certo punto, tocchi a me.
Penso a chi visse vite di assoluta dedizione, sapendo di avere un ruolo del tutto parziale eppure votato ad adempiere il proprio compito. Arrivo a pensare che dovremmo fare tutti così.
Mi risveglio dai pensieri troppo grevi grazie a una signora che non sono riuscito a vedere bene in viso, che accompagna un signore malato, forse confuso per un malore, forse così da sempre, non saprei dire. La signora gli legge Focus, articolo per articolo, mentre l’uomo, che non parla, mostra chiaramente di apprezzare le letture. Io, per più di mezz’ora, ascolto ogni parola. Apprezzo il tono leggero e rassicurante della voce della signora, immaginando che potrebbe continuare a leggere per sempre. Forse lo fa davvero, in fianco al letto dell’uomo malato, anche quand’egli non è in ospedale.
Così, ancora una volta, dove è normale ce ne sia, anche se siamo sovente incattiviti da episodi di mala sanità, di maleducazione e di meschinità e anche di speculazione, ricavo esempi di coraggio e di amore, dato che non ne ho mai abbastanza.
Con buona dose d’ottimismo, il disturbo di un mese per un danno piccolo come il mio, mi appare ora meno sproporzionato.
Dovrebbe essere normale e hanno ragione quelli che non si stupiscono dell’amore che spinge le persone a votarsi agli altri, se gli altri sono i loro figli, i loro padri o i loro compagni… e forse è vero che, quando serve, è naturale per tutti trovare la forza necessaria a fare ciò di cui hanno bisogno i nostri cari, mentre è ben più difficile conservare coraggio e amore quando non sembri essercene bisogno.
È vero che il male che avvelena larga parte delle nostre vite è, troppo spesso, la paura di andare sprecati, come se fosse possibile, per altri, oltre a noi, considerare sprecati i giorni o gli anni spesi per occuparsi di chi non può farlo, come se, in cuor nostro, non sapessimo che siamo in errore quando nulla ci pare degno del consumo del nostro tempo, che poi, in coda alle nostre esistenze, ci accorgiamo di avere largamente sprecato intrattenendoci o, peggio, annoiandoci, che quello speso degnamente fu, sempre, dedicato a chi amiamo e agli altri.
E’ vero che non è sempre il tempo, a mancare, ma sono coraggio e amore.
Quando, anche nella penombra di un Pronto Soccorso pulcioso, scopriamo in noi coraggio e amore, allora il tempo non ci pare più così prezioso e lo daremmo tutto senza preoccuparci di noi stessi. Forse è così che dovrebbe andare.
