• Gocciole di filosofia spicciola 

    Chissà perché non si trovano mai le gocciole normali?

    …Benedetti biscotti, cardine della dieta mediterranea…

    Avanzano gli Zalet e Bucaneve, abbondano Turco e Abbracci… tra tutti i pacchetti dello scaffale dei dolci, le gocciole sono le uniche che finiscono sempre… e comunque finiscono prima che io arrivi. Per quanto le cerchi, raccolgo solo quelle al cappuccino.

    Li conto… Ci sono cinquantanove sacchetti di gocciole al cappuccino…  È evidente che al mattino c’erano sessanta sacchetti di gocciole normali e sessanta sacchetti al cappuccino e che l’unico sacchetto mancante, tra quelli al cappuccino, è stato preso per errore… o per disperazione. Chi mai potrebbe preferire quelli agli originali? Ciò nonostante, il gestore di questo supermercato (giuro che da domani cambio!) si ostina a non rifornire direttamente lo scaffale con centoventi sacchetti normali, dando alla Pavesi l’errata sensazione che a qualcuno, quelle al cappuccino, piacciano… Non è vero!

    La Pavesi continuerà a produrle, subendo gravi perdite, fallirà e io dovrò fare a meno anche delle gocciole normali!

    Sono goloso, che ci posso fare? Eccessivo in tutto dalla nascita, a periodi alterni schiavo della nutella, del magnum Algida, dei baci di Alassio e di pizza… Lo so, non è un dolce, ma che c’entra? La pizza è pizza.

    Ho da sempre un giorno-pizza alla settimana. È una specie di rito. Credo compensi con la mia denutrita spiritualità… Di qui la celebre espressione “Mystic Pizza”. Spesso m’è capitato di mangiarne a pranzo e cena. Il periodo più felice della mia vita l’ho vissuto tempo fa, quando, al mare con amici, mi sono nutrito di sola pizza per dieci giorni… c’era una coppia che litigava… ordinava le pizze e poi, per la rabbia, non le finiva mai… ci pensavo io, quella era vita! Ormai mi riservo un solo appuntamento settimanale. sono passati decenni da quei tempi di bagordi… e io sono uscito dal tunnel farcito.

    Attualmente la mia unica vera dipendenza è quella per le gocciole.

    “Quante storie, ma non lo sa che si fa peccato di gola? Tenga le mie, se vuole?”.

    È una acida e imprudente settantottenne che conosco. Sorride beata dell’essersi impossessata dell’ultimo sacchetto. Come minimo il diabete la stroncherà al secondo biscotto e gli altri finiranno miseramente in pattumiera… Devo fare qualcosa!

    “Grazie signora, Lei è davvero gentile! Accetti in cambio questo pacchetto di crackers integrali… Suo marito sta bene? E i nipoti? Arrivederci!” 

    Le sfilo il prezioso pacchetto e le rifilo la sbobbazza con tanto garbo e destrezza, che sta ancora sorridendo quando si accorge che l’ho fregata e che le sarebbe convenuto scegliere meglio il destinatario della sua predica.

    Dieci minuti e sono sul mio divano, gocciole in mano che guardo un programma tv senza nessuna pretesa… Ormai sono gli unici che diano prima delle due di notte.

    Si dice che oggigiorno non riusciamo più a godere delle piccole cose… Non è il mio caso: con il cibo giusto sotto il palato, si ragiona meglio! Un po’ come si parla di politica o filosofia, a tavola, con amici che odiano politica e filosofia.

    Anche un orripilante telefilm di fantasmi e morti che parlano, può essere godibile.

    Non c’è da fidarsi… Mi viene facile pensare a Dario Argento o a Stephen King che, spaventati da bambini dalla morte e dall’uomo nero, non trovano altro modo di esorcizzare la paura, in età adulta, raccontandone le storie.

    Io non credo alla vita dopo la morte. La Fede non è una tara genetica: io non ci ho mai creduto… Infatti, da bambino, quando pensavo alla morte, mi cacavo sotto per settimane.

    La prima volta che ho visto un film di zombie, ho fatto due mesi a guardarmi le spalle, la sera, controllando che qualche passante, in penombra, non cominciasse a inseguirmi con l’occhio vitreo! Che vergogna! Terrorizzato da un film con effetti speciali tanto grossolani! Ora, per lunghi periodi, ci convivo abbastanza bene. Alla morte non ci penso più molto.

    Quando, tredicenne, abbracciai la branca più ortodossa della filosofia solipsista, certo, ci pensavo eccome. È stato difficile liberarsi del pregiudizio per cui ero “il solo essere consapevole” (o “il solo consapevole di essere”) … era una morbosa e autolesiva fissazione! 

    La paura è andata scemando con gli anni, tanto che credo, se continuo così, che la farò franca e non creperò affatto.

    Lo ammetto, qualcosa ho dovuto inventarmi. Non credo sia così per tutti, ma la paura ti impedisce di fare le cose: va affrontata. Certe volte l’ispirazione arriva dalle persone; alcuni diventano credenti, alcuni scienziati, alcuni, leggendo un romanzo o una novella, imparano a metabolizzare che potrebbero esserci ragioni abbastanza valide, per non vivere in eterno, e ciò non sia necessariamente un male o un deterrente dal compiere il nostro dovere, che nessuno sa, ma che, dato che ne traiamo oggettive ragioni di soddisfazione, potrebbe avere qualche attinenza col fatto di fare del nostro meglio.

    Io che non ho una spiritualità marcata, alla storia di un ignoto messaggio di cui saremmo custodi inconsapevoli, una sorta di “testimone” inconscio che ci spinge a conservarci vivi, ci ho pensato spesso, anche se l’agnosticismo che ne deriva, per coerenza intellettuale, la precisa volontà di non cedere alla tentazione di risposte consolatorie, in assenza di informazioni probanti, è talvolta poco confortevole e motivo di polemiche.

    Una sera, ricordo che un tizio mi guardò molto male, mentre lottavo coi bruciori di stomaco causati da un vino di pessima qualità, perché sostenevo che la vita mi ricorda le braci del camino, che ardono più o meno vivacemente, se ci soffi sopra, ma che sono destinate a spegnersi… Dissi pure qualcosa a proposito dei corpi celesti, come le stelle e le galassie, paragonandole a grossi tizzoni lanciati alla rinfusa dopo una deflagrazione. In quel momento m’era pure sembrata una metafora calzante.

    Non l’ho pensata sempre così. Da sobrio, ma non ricordo bene quando… di certo era nel dopocena… mi parve un giorno di riuscire a convincere gli altri, che tacevano, della bontà delle mie idee di universo, di infinito e di divinità, ma non ricordo bene cosa dissi, in realtà… Può darsi che facessero bene, a tacere.

    La vita ci regala molte occasioni per essere incoerenti, ad esempio non negando ad altri la consolazione che facciamo mancare a noi stessi, che so, per regalare sollievo e spensieratezza a chi soffre, cui siamo disposti, a fin di bene, a mentire, mentre sottoponiamo noi stessi a privazioni, arroccandoci tra poche, granitiche certezze cui, tra mille dubbi, siamo ormai abituati a credere.

    Essa ci appare come uno strano meccanismo che ruota tutto intorno a una semplice sensazione, una specie di dato acquisito che è la consapevolezza di noi stessi, di stare vivendo. Si manifesta attraverso il primo istinto di cui siamo dotati, cioè l’istinto di conservazione.  Allora possiamo anche far finta di niente e crogiolarci nell’idea che per alcuni sia più e per altri meno importante vivere alla giornata, salvo poi cedere e fare comunque il nostro presunto dovere: conservare noi stessi il più a lungo possibile o, se impossibile, garantire che qualcuno arrivi là dove noi non arriveremo.

    Non saprei proprio dire dove si dovrebbe andare. Nessuno lo sa per certo, anche se qualcuno ci prova, più di altri, a rispondere; in certi casi arrabbiandosi moltissimo con chi non condivide le sue idee. Che dire? Non è il mio caso ma, che si stia andando da qualche parte, credo anche io sia ben più di un pregiudizio.

    C’è che ci sarebbe davvero tanto da dire!  Ma io lascio che ci pensi qualcun altro, tipo chi ha studiato e sa suonare gli strumenti che io so a malapena distinguere all’ascolto, a trovare una risposta ai perché. Ripongo il sacchetto di gocciole nel mio vano dispensa. Certe idee cupe, oggigiorno devono restare inespresse. Alla faccia della mia prof di italiano che mi accusava di avventurarmi inutilmente in concetti senza capo né coda, perdendo il bandolo della matassa!