Ora vi racconto qualcosa che succedeva cinquant’anni fa.
Mi spiace, ma i miei ricordi di Casalpusterlengo sono un po’ vecchi…
Sapete, ogni epoca ha le sue cose belle e le sue cose brutte, per cui non dirò che Casale fosse meglio o peggio, allora, di quanto sia oggi.
Di sicuro ci sono stati molti cambiamenti, come dappertutto: diverso è il mondo, diverse sono le persone, diversa è Casale.
Facciamo conto che, come capita quando si invecchia, certe cose, a ricordarle, sembrano belle anche se non lo erano più di quel tanto, mentre accadevano. Così sarete preparati e potrete immaginare che non ci fosse, in quelle serate estive, tutto quel piacere che ricordo io.
Forse, in molti sarebbero ancora d’accordo, se dicessi che Casale è cresciuta velocemente, a cavallo degli anni Settanta e ottanta, in tempi di fervore culturale e creativo, di solidarietà e volontariato. Casale, per poco, fu un pionieristico avamposto di modernità, con insospettabile spirito metropolitano.
Diversamente dalle realtà vicine, tradizionalmente agricole e consolidate nel tempo, infatti, Casale viveva allora un picco, un intenso sviluppo post-industriale in coincidenza con più felici condizioni di salute delle istituzioni, perlomeno per l’epoca. Si potrebbe dire che, in un mondo di tradizioni antiche come quello della Bassa Lombardia, Casale ed era eccezionalmente orientata al nuovo, sia pure che poi, quel nuovo, fosse destinato a invecchiare rapidamente…
In ogni ambito, anche noi piccoli, avevamo l’impressione che si tentasse di creare l’impalcatura di una struttura sociale solida.
Per un po’, sembrò così.
C’erano, sì, i ricchi, ma anche noi poveri potemmo beneficiare di un certo livello di benessere, grazie a progetti all’avanguardia.
C’era un ospedale, intanto, e, se uno era casalino, la sua carta d’identità riferiva che era nato a Casalpusterlengo e non a Codogno o a Lodi… Oggi non è scontato.
Sperimentale era l’istruzione a tempo pieno, pilota era l’edilizia popolare, all’avanguardia erano le iniziative sociali, la biblioteca, i molti cinema, la piscina. Innovative erano anche le iniziative private, culturali, musicali.
Ora, io non so nulla dei giovani, eppure credo che pochi casalini sotto i vent’anni, oggi, potrebbero dire, come posso io, in merito a quegli anni, che la società pareva davvero pensare a noi.
Il benessere non dipendeva dalla possibilità di comprare di più, di consumare di più, ma dal godere di una serie di attenzioni che, fino a qualche anno fa, si pensava che ci spettassero di diritto. Alcuni lo pensano ancora, ma sono sempre meno.
Di sicuro avevamo, se a ragione o a torto, non saprei, una consapevolezza d’appartenenza come, in questa parte di universo, non si percepisce da un po’, oppure, in tempi di vacche grasse, accadde solo che alcuni capitalizzarono di più e altri di meno.
Ebbene, succedeva anche che, manifestazioni che oggi si fanno solo nei giardini privati o per l’intraprendenza o l’incoscienza di qualche imprenditore affetto da mecenatismo patologico o da megalomania, allora si organizzassero insieme, pubblicamente o in comitati volontari e, anche se non tutti ci guadagnavano, era difficile che qualcuno ci perdesse.
Certo, capitava, ma non era grave come ora.
Era facile, anche per questioni demografiche, che facendo qualcosa per gli altri, ci capitasse di aiutare un po’ anche noi stessi. Tra gli altri c’era, infatti, sempre qualcuno dei nostri.
Ora, è molto più frequente che i sacrifici e gli interessi siano divisi, senza equità, tra soggetti diversi: da un lato le iniziative, dall’altro chi le realizza… Nell’intenzione di accontentare tutti, oggi succede che alcuni si sentono sfruttati, mentre altri se ne approfittano… Va be’ forse non è sempre così e io sbaglio.
Ma veniamo a noi… Cosa succedeva di particolare al campo della montagnola, nelle sere d’estate?
Ecco, quello era il posto in cui si tenevano tutte le feste: quella dell’Unità, dell’Avanti, dell’Amicizia, eccetera eccetera.
Si, so che ci furono altre feste… come quelle della birra, le notti bianche, le notti rosa. A un certo punto è stato necessario cercare altre vie, dato che non credo che quelle feste là sarebbero molto popolari, oggi… ogni epoca ha i suoi argomenti.
Dunque, cos’era, la montagnola? Ebbene, la montagnola, da cui il parco ereditava il nome, era un cumulo di detriti e macerie.
Non che fosse una cosa sconvolgente, anzi, c’erano rioni ancor più folkloristici. Ad esempio, un casalino doc faticò moltissimo ad adeguarsi e chiamare Via Don Minzoni la Cuntràda di’ morti o Via Rosselli la Cuntràda di’ pùnti. A quell’epoca, era ancora abbastanza strano che qualcuno non chiamasse Via Merda il Vicolo Pilla, del resto.
Quel cumulo di macerie si trovava in uno degli angoli del grosso campo, a ridosso della via Emilia, dove i bambini di allora andavano a giocare. Dovette starci per parecchio tempo, visto che il nome “Montagnola” gli rimase appiccicato per anni.
Era un’area piuttosto grande, nei pressi del madonnino che ora giace al centro di una rotatoria, ma all’epoca gli si doveva passare sotto.
Il madonnino era luogo di pellegrinaggio, nel mese mariano, di grappoli di signore armate di cadreghino e di rosario.
C’era chi veniva su dalla Bilingéra, chi dall’acquedotto, chi da San Rocco.
Quando ero piccolo io, la montagnola era alta forse una dozzina di metri, quasi completamente ricoperta di terra ed erba, anche se, in alcuni punti, c’era ancora gente che vi abbandonava i sacchi neri dell’immondizia, cosa che non era ben vista, neppure allora.
Anche a Milano c’era una cosa simile, chiamata Monte Stella, ma era più grande.
Mi parve logico: città più grande, montagnola più grande…
Dicevano che, presto, l’avrebbero spianata perché, al posto del campo, avrebbero realizzato un parco per le attività sportive, dedicato ai ragazzi.
Noi che eravamo piccoli, negli anni Ottanta, l’abbiamo sognato, un parco tutto dedicato alle nostre attività, ma sapevamo che “presto”, avrebbe potuto non essere “abbastanza presto”.
Alla fine, l’hanno realizzato davvero, il parco, ma l’hanno goduto altri giovani.
Per certi versi, l’ammodernamento del campo della montagnola, coincise col tramonto di quell’epoca, di cultura e feste di paese, che ricordo io.
Succedeva che, in quegli anni, oltre all’affermazione della new wave o dell’heavy metal, alcuni di noi furono spettatori del periodo d’oro del liscio e del regime monopolista delle grandi orchestre da balera alle feste di paese.
Indipendentemente dalla testata politica che patrocinava la festa, le orchestre spettacolo spadroneggiavano, nelle serate da giugno a settembre e persino oltre, anche a Casale, proprio nel campo della montagnola. Era escluso il solo periodo di Sagra… ma questa è un’altra storia.
Quelle feste, nonché tutto il periodo tra la fine dell’una e l’inizio dell’altra, erano anche lo sfondo di eventi che, per una cittadina piccola come Casale, furono, in certi casi, storici e irripetibili.
Forse i colori politici interessavano a qualcuno, ma noi eravamo piccoli, educati da Guareschi ad amare Peppone come Don Camillo.
Le beghe di paese non ci riguardavano.
Ricordo che, indipendentemente dalla bandiera, spesso decidevano di andare al campo della montagnola tutti insieme, in famiglia.
Se l’offerta era libera, accorrevano migliaia di persone, anche da fuori, e parcheggiavano le auto ovunque, fin nelle nostre vie, in periferia.
Noi raggiungevamo il campo a piedi, mettevamo un paio di mille lire nella cassetta, all’ingresso, e, una volta all’interno, ci dividevano.
I grandi occupavano le sedie in fianco alla pista, oppure ballavano, mentre noi piccoli restavano in zona solo all’ora dei balli moderni.
Con qualche piccola variazione, quei balli erano gli stessi che oggi sentiamo ancora nei villaggi turistici e ai miniclub, che facciamo suonare ai telefonini alle feste di compleanno dei bambini, mentre allora erano suonati e cantati dal vivo.
Ogni orchestra aveva la sua versione del Boogie Woogie, del Ballo di Simone, del ballo del Qua Qua, che allora era una nuovissima hit, e i balli di gruppo erano abbastanza simili ai vari Meneito, Macarena, Jerusalema di oggi, ma a noi non piacevano perché ci sembravano l’Hully gully che ballavano i vecchi.
Una volta, finito il twist, lasciavamo la pista e correvamo a giocare sulla montagnola.
Quando faceva buio, tutti sudati, completamente immedesimati nei ruoli dei nostri giochi, ci alternavamo in discese spericolate, catapultandoci dal fianco della collinetta… e ci rammaricavamo che la montagnola non fosse più alta.
Io facevo il conto di quanta immondizia servisse, per aumentare il rilievo di altri dieci metri.
Ero deluso dalla disorganizzazione dei casalini, quando mi accorgevo che i sacchi venivano abbandonati sul fianco, anziché in cima; sarebbe servito più coordinamento… con uno sforzo comune, il divertimento ne avrebbe guadagnato di sicuro.
Quand’eravamo stanchi, tornavamo a casa.
Dall’uscita a casa mia non c’erano che dieci minuti di strada, eppure, io che ricordo tutto sempre in modo confuso, conservo ricordi vividissimi dei dettagli di quel tragitto.
Ricordo la vecchia cancellata dell’ITIS, fatta di sagome raffiguranti uomini stilizzati, le cui teste erano in gran parte piegate dai vandali, e sembravano penitenti.
Ricordo anche che i lampioni erano letteralmente invasi dagli insetti. L’Autan scorreva a fiumi.
Il ritmo a tre quarti dei valzer spesso persisteva anche una volta chiusa la porta di casa.
Se non ci andava di andare alla festa, era comunque un po’ come esserci. Con le finestre aperte, dato che il condizionatore era un lusso, distinguevamo ogni singola nota.
Anche per questo, dopo tanti anni, nonostante la musica pop, dai Righeira a Ricky Martin, ci abbia proposto intere epoche di canti latini, collego l’estate alla voce di Irene Vioni, più automaticamente che ai ritmi caraibici, che non mi appartenevano e, se tiene il senno, non mi apparterranno mai.
Ecco. Questo è il mio ricordo nostalgico della montagnola che non c’è più.
