C’erano tre bambini, sulla riva del fosso.
Francesco aveva in mano un legno, e si divertiva a farlo fischiare, muovendolo velocemente da destra a sinistra.
Marco si dava un tono da capo, perché sapeva che Francesco avrebbe accettato di fare quello che lui avesse proposto, ma non proponeva nulla. In cuor suo aspettava che Zora scegliesse il da farsi.
Pensava che non fosse necessario attraversare il fosso, per tornare a casa. La strada sarebbe stata lunga uguale, se avessero deciso di procedere lungo lo sterrato. Avrebbero costeggiato il campo e sarebbero giunti alla cascina, poi al passaggio a livello, poi a casa.
Non avevano bisogno di altre avventure, per quel giorno. Ripensava a quel tunnel pieno di ragnatele, che passa sotto i binari, ed anche a quando erano arrivati a un passo dal canale, dove l’erba finisce letteralmente nell’acqua… erano cose che si sarebbero potute raccontare agli altri con grande orgoglio.
Oppure no, se lo sarebbero tenuti per loro, che a un certo punto è anche meglio.
Già riviveva i momenti più avventurosi, i colori accesi e brutali di giugno, l’azzurro del cielo, il verde del prato, a ridosso dell’acqua… Pareva pulita, cristallina, ma era un colatore, per cui non ci si poteva fidare… la terra e il cielo, solo in quel periodo dell’anno, sembravano separati da una coltellata.
C’erano mille soffioni, nel campo. Mentre li guardava, Marco pensò che era abbastanza soddisfatto, per quel giorno.
“Ok, attraversiamo qui: il fosso si restringe”.
La voce di Zora interruppe i pensieri di Marco, che andavano in una direzione, costringendoli a una repentina inversione, ma, dato che non aveva ancora parlato, non se ne sentì per nulla infastidito: assecondare le preferenze degli altri, quando non se ne hanno, non è poi così grave.
Inoltre, Zora non si poneva mai il problema che alle sue idee potesse seguire un no. Marco non diceva mai di no. Marco voleva tutto, ma aveva paura. Zora non voleva niente in particolare, ma non aveva paura di niente.
Detto, fatto: Zora saltò e si ritrovò dall’altra parte.
L’acqua era bassa, ma, da riva a riva, il salto era superiore al metro.
“Marco, spingiti contro la sponda” consigliò Zora, mentre Francesco aspettava il suo turno, dopo Marco.
Il bambino saltò. Durò un secondo, ma mentre poggiava il piede sull’altro lato, Marco aveva fatto in tempo a sperare di fare un bel salto, affinché Zora e Francesco potessero ammirarlo.
Marco si sentiva sempre un po’ rigido, in queste cose.
Zora invece urlò “Bravo!”, con una sincerità e una stima talmente spontanee che Marco ebbe la tentazione di vantarsene.
Mentre, orgoglioso, riviveva, come al replay, il proprio salto, sentì un fragoroso tuffo alle spalle, seguito da lamenti e grida.
Zora, girata verso di lui, aveva visto tutto: era stato un buon salto ma, sfortunatamente, il piede di Francesco era atterrato esattamente nell’impronta di Marco. Il terreno smosso era diventato scivoloso, così Francesco s’era ritrovato allungato nel fosso, col sedere appoggiato nell’acqua, dov’era più profonda, la faccia fuori da un lato e i piedi dall’altro.
Zora e Marco fecero davvero fatica a non ridere. Aiutarono Francesco a riemergere dall’acqua, che non raggiungeva neanche le sue ginocchia, ora che era in piedi.
Non era stato in pericolo davvero: certo le cose avrebbero potuto andare storte; le cose possono sempre andare storte.
Invece Francesco si alzò, frignottando per l’incidente, ma più che altro per l’imbarazzo.
I bambini impararono così che l’acqua dei fossi può emanare un fetore schifoso.
“Senti che puzza di uova marce!” Disse Marco.
“Di cacca”. Disse Zora.
“Mia mamma mi ammazza…” decretò Francesco.
“Ma no!”
Marco propose un piano strategico, una sorta di versione ufficiale per genitori. Aveva molta fantasia se si trattava di inventare frottole credibili.
“Raccontiamo che ti sei bagnato volontariamente, per recuperare qualcosa caduto a Zora. Zora, cos’hai in tasca?”
“Duecento Lire”.
“Non è abbastanza… Il braccialetto?”
“Te lo scordi. Poi puzza!”
“Ma poi lo laviamo, no? È per una buona causa”.
Parlando, riemersero dal campo.
Raggiunta la strada asfaltata, i tre avrebbero dovuto camminare ancora per un bel pezzo, prima di ritrovarsi in paese. Gli abiti di Francesco, nonostante continuassero a puzzare, si stavano asciugando al sole, che era alto e bollente.
Lentamente, parve chiaro che quello che era successo non fosse poi così grave, come incidente, che non sarebbe stato obbligatorio dirlo a qualcuno.
Passata la paura di una disgrazia e, soprattutto, sollevati, perché i genitori non avrebbero scoperto che non stavano giocando a pallone al parchetto, come avevano promesso di fare, i bambini ricominciarono a sorridere…
In fondo, Francesco si sarebbe potuto bagnare anche per un gavettone, l’acqua avrebbe potuto essere puzzolente anche per altre ragioni… erano bugie che potevano reggere.
L’avventura, del resto può sempre richiedere qualche aggiustamento, quando si tratti di raccontarla. È normale che sia così. E poi, l’avventura è bella vissuta, mica raccontata… e ora poteva continuare.
