• Le regole del gioco

    Negli anni ’80, la sola vista di un gay mi procurava ilarità. Ci tengo a dire che non ne vado fiero, come non mi vanto di ognuna delle opinioni che ho cambiato, negli anni, anche se sono indubbiamente la maggior parte, rispetto a quelle rimaste inalterate. Mi parrebbe di non aver avuto repentine metamorfosi, del genere del cambio di maglia in corsa o del voltagabbana in Parlamento. Lo considero più un fatto fisiologico che una reale presa di consapevolezza o un ravvedimento per aver compreso di sbagliare. Non pensi di sbagliare, quando ti abbaglia una finestra rivolta a oriente o senti freddo, entrando in mare, semplicemente, ti abitui alla luce, al mattino e alla temperatura dell’acqua. Devo confessare, tuttavia, che è tutto vero e io la pensavo, sui gay che non conoscevo, cui non potevo attribuire qualità individuali ma solo difetti di categoria, diversamente da oggi. Vedere due uomini che si baciavano, allora, scena a cui non ero affatto abituato, mi causava disgusto. Se penso che, tredicenne, non mi sentivo attratto neppure dallo scambio di saliva di un bacio eterosessuale, che l’idea di condividere lingua e palato con una ragazzina della mia età mi parve allettante solo dopo non poca sperimentazione, mi sento meno in colpa. 

    Ammetto anche che, in quegli anni, il passaggio di una donna, particolarmente appariscente o di bell’aspetto, era, per me e per molti della mia cerchia, un evento che si doveva celebrare assolutamente con un commento velato o un apprezzamento diretto. Il silenzio, nella maggior parte dei casi, si sarebbe vissuto come un’offesa per la donna, passata inosservata, e una mancanza di savoir-faire per gli uomini.

    Certo, acqua n’è passata, sotto i ponti, tanto che anch’io, sia perché, invecchiando, forse, ci sarei arrivato comunque, sia perché la società civile, indipendentemente dal fatto che la si ritenga un’evoluzione o meno, è cambiata molto, nella composizione e nelle abitudini, quando certe persone, meno duttili del sottoscritto alle pressioni generate dalle dinamiche ideologiche, apostrofano l’effusione omosessuale in pubblico o la vista della femmina in abiti succinti, anche senza che siano gli interessati a reclamare il proprio diritto all’oblio, la propria libertà di manifestate liberamente la propria identità, il proprio orientamento o anche solo la possibilità di indossare qualsiasi cosa senza dover diventare oggetto di attenzione, in positivo o in negativo, mi pare di essere nel giusto, considerando costoro dei trogloditi, non credendo più che i gay essi siano disgustosi o che un passante, per il fatto di essere carina e in abiti estivi, possa soffrire del non essere apprezzata, capendo che qualche volta, ma solo qualche volta, siamo democratici con ciò che non vediamo; quindi, passare inosservati, quando non siamo noi a desiderarlo, è l’unico modo di vederci considerati come gli altri, ovvero in nessun modo particolare. 

    Nel mondo in cui,  accorgersi di una donna in quanto tale è male, per la donna e per chi la vede, forse è meglio non enfatizzare troppo il fatto che lo sia.

    Allo stesso modo, sorprendendo chi ride o è infastidito, incappando in persone dal look inconsueto, di diversa etnia, diverso colore o stile, come capitava a me non più di trent’anni fa, ora mi pare subito da arretrato, da provinciale.

    Non sono certo che l’acuirsi della sensibilità, cosa che succede sempre più spesso e va di pari passo con l’aumento della consapevolezza, dato che vediamo più facilmente ciò che sappiamo di dover vedere, mentre ignoriamo anche il dolore, quando siamo abbastanza forti da sopportarlo, garantirà maggiori tutele. Mi sembra fin troppo facile sbagliare e che qualcuno resti offeso, quando ogni cosa che viene fatta o anche soltanto detta ha modo di ferire, come diventa difficile dormire, quando siamo in grado di sentire ogni rumore e, anziché chiedere a tutti e tutto di tacere, realizziamo che sarebbe più comodo non ascoltare e che, fossimo abbastanza stanchi, nessun rumore sarebbe sufficiente e disturbarci.

    In divenire, ci sono sia le persone come me, cresciute, negli anni, i cui spigoli si sono arrotondati senza particolari traumi, che quelle che si accorgono di ogni dettaglio e, se nessuno li ammonisce, tendono a puntare il dito.

    La differente sensibilità di fronte alle cose cui non siamo abituati non è una colpa, ma un fatto. 

    La colpa è dare per scontato che, fissato un parametro di tolleranza, magari indicato come principio costituente di una nazione, esso possa essere vissuto come tale immediatamente dopo l’ingresso in quella nazione, anche da parte di chi non conosce né il principio né la tolleranza.

    Le persone per nulla abituate a imbattersi nella disomogeneità, educate a considerare amichevolmente solo quelli che non si discostino troppo dai canoni cui sono avvezzi a confrontarsi, hanno bisogno di tempo, per metabolizzare un principio diverso dal loro standard, come quando un bambino gioca, per la prima volta, con nuovi amici, a un gioco che conosceva, ma a cui giocava seguendo regole parzialmente diverse. Anche chiamando il gioco con lo stesso nome, tra bambini desiderosi di stare insieme e divertirsi, si può arrivare a contestare la giustezza delle idee altrui e a desiderare di imporre le proprie. Ecco perché, prima di reclamare il primato del proprio percorso di civilizzazione, sarebbe sempre consigliabile comprendere le ragioni dei differenti itinerari. Questo ci eviterebbe di essere noi i trogloditi, occasionalmente, solo perché non abbiamo letto bene le regole del gioco.