Secondo un orientamento tradizionalmente molto consolidato, che pure ha una sua validità teorica ma che, in pratica, ha diversi argomenti a confutazione, nell’eterna lotta tra il bene e il male, gli uomini si schiererebbero scientemente, sapendo ciò che fanno, dall’una o l’altra parte.
Ciò è motivo di grande interesse per me e mi pare un atto di fede enorme, nella propria sapienza o in qualcos’altro, indice di inarrivabile sicurezza, immaginare che, compiendo un’azione, essa corrisponderebbe senz’altro al bene o al male.
Per S. Tommaso, il fatto d’essere buoni, lo si dovrebbe a una sorta di predestinazione: i più sarebbero esclusi e pochi gli eletti.
Giosuè lo riconduceva a Dio, gli illuministi e, naturalmente, Nietzsche, al libero arbitrio.
In ogni caso, parve scontato a molti sostenere che alcuni di noi preferirebbero dedicarsi alle buone azioni e altri alle cattive.
Ecco perché avremmo i buoni, orientati al bene, che fanno ciò che è giusto, da una parte, e i cattivi, impegnati a praticare il male, avendo come fine ultimo l’ingiustizia, dall’altra.
Non la pensarono tutti così, ovviamente. Ad alcuni parve subito piuttosto egoista che, invece di occuparsi della qualità delle nostre azioni, chiunque noi siamo, ci si ostinasse a classificare ed escludere, in quanto cattive, quelle dei nostri nemici. Certo, le persone assolutamente persuase del fatto che i cattivi esistano, non mancano di sicuro, anzi, ciò è a loro sufficiente per convincersi di essere essi stessi i buoni e che il male sia qualcosa di concreto, ma prerogativa di altri individui.
In effetti, chiunque, anziché guardare dentro di sé, osservasse gli altri, specialmente quando estranei e ostili, non faticherebbe a riconoscere frequenti esempi di ingiustizia.
Sta un po’ in questo, il problema: non ci è possibile valutare la giustezza di un’azione, se siamo noi a compierla, con lo stesso metro che utilizziamo per le azioni altrui. Non è così che funzioniamo. Per quelle, ignoriamo troppe cose che non vediamo, che hanno a che fare con le intenzioni e una serie di cose che accadono solo nella mente di chi le compie e che, da dove siamo, non siamo in grado di capire, mentre capiamo quasi tutto ciò che avviene dentro di noi, avendo, nei confronti della nostra ispirazione, anche quando generi ingiustizia in modo evidente, ben inteso, evidente per gli altri, benevola comprensione.
Riusciamo a immaginare noi stessi mentre non commettiamo gli errori che gli altri commettono, mentre resistiamo alle loro tentazioni o sfruttiamo, meglio di loro, le occasioni che essi non sanno cogliere ma, anziché sentirci vicini a loro, soffrire per i loro fallimenti, perché anche noi siamo fallibili, godiamo del nostro emergere ove altri sprofondano.
Il male non è assoluto: esso dipende. Dipende da dove, da quando e, soprattutto, da chi.
Il confine tra giusto e ingiusto non è una linea, ma uno vasto territorio in cui vigono regole e condizioni particolari dettate dagli abitanti… se sono tanti, oppure pochi… dal livello di consapevolezza sociale, di cultura civica, di educazione comune, ma anche dal clima e dal cibo a disposizione. In esso si consumano lotte per l’affermazione di sé, ma anche soprusi; orgoglio e bullismo; autostima e vanità.
Esso, tanto netto in teoria, può spostarsi, in pratica, diluirsi, rarefarsi tanto da rendere molto difficile distinguerlo, più o meno come, nella ressa, è facile inciampare o pestare il piede a un vicino.
Il distacco è più facile se si è lontani, la continenza se si è soli, la sapienza se nessuno contesta il nostro primato, è vero, ma essere buoni, sempre, è impossibile anche a un uomo che sia il solo abitante della terra. Parafrasando Gesù, direi che nessuno è buono, Dio solo lo è. Ciò va bene sia per i credenti che per i non credenti, dato che entrambi pongono la perfezione divina al di fuori dalla sfera d’ingerenza degli uomini: la bontà, in quanto divina, non appartiene a questo mondo, anche se siamo convinti che non vi siano altri mondi. Aggiungerei che, se l’uomo è buono, lo è per poco, solo finché le sue esigenze sgomitino con quelle degli altri.
Ciò non impedisce ai vivi di trarre alcune temporanee ma profittevoli regole di convivenza civile, sapendo che l’equilibrio non è un punto medio, ma un punto di arrivo fuori portata, a tutt’oggi, oppure una tendenza. L’equilibrio è l’esercizio della propria autonomia intellettuale, riservato a chi intenda applicarlo a sé, astenendosi dal diritto e il piacere di giudicare l’imperfezione altrui, permettendosi il lusso di non citare mai sé stesso ad esempio.
Riferire a sé il bene e alle controparti il male sarebbe allora drasticamente riduttivo, poiché ogni essere, sia che sfami cuccioli sia che li divori, persegue l’unico obiettivo di migliorare la realtà. In ciò non ci sono ragioni o torti, ma solo intenzioni; non esiste oggettività, ma solo punti di vista.
Le intenzioni, a seconda del contesto, sono le migliori disponibili, per chi le compia, che non vede altre soluzioni e, se le vede, non le preferisce, mentre sono perfettibili per gli altri, che hanno inevitabilmente un differente punto di vista. Le intenzioni dipendono dalla fame e dalla sete, nonché dalla fitta rete di interessi e bisogni generati per condizioni iniziali, formazione, gusti.
Potrebbero non avere a che fare con la salvaguardia della famiglia, della comunità o della specie; potrebbero non mirare alla durevolezza del genere umano o alla pace nel mondo. Potrebbero, tuttavia, avere effetti che, temporaneamente, qualcuno giudicasse positivi o negativi per sé stessi, anche del tutto incidentalmente.
Distinguere tra bene e male funziona come sintesi. È una semplificazione hollywoodiana e poco realistica della condizione umana, per di più abbastanza autoindulgente, poiché siamo sicuri di attribuire agli altri la giusta considerazione?
Nessuno, sostenne Aristotele, esiste in sé, ma solo nella relazione che lo lega agli altri. Egli ritenne di perfezionare l’analisi di Socrate, convinto che ogni uomo tenderebbe al bene, rilevando che, invece, gli uomini scelgono volontariamente il male, pur sapendo cosa sarebbe meglio fare.
Nella pratica, tuttavia, che una scelta sia frutto del disinteresse per le conseguenze, che sembrano lontane e vaghe, della superficialità in merito alle nostre preferenze nel breve periodo o dell’inefficienza della società, che non ci condanna anche se può farlo, è abbastanza consueto.
Chi fumi aumenta notevolmente il rischio di incappare in fastidiose e mortali patologie, come chi mangi cibi fritti e chi lavori nelle miniere di mercurio o in località interessate da epidemie, tuttavia, vi furono e ci sono, in certi casi, uomini disposti a correre il rischio, perché persistono motivi legati al contesto sociale che ammettono o auspicano che ciò avvenga. Alcune scelte etiche, talvolta attinenti alla condotta quotidiana, come quella di non depauperare le risorse idriche, chiudendo il rubinetto mentre ci si lava i denti, a volte legate a situazioni eccezionali, come il ricercatore che accetti di rischiare la contaminazione nucleare, immolandosi per il progresso dell’umanità o per la gloria, sono incomprensibili se non si conosce la ratio che le ha generate.
Nessuno è buono o cattivo in sé, mentre ciò che facciamo è talvolta bene o male per il sistema sociale di cui siamo membri, che lo si sappia o no. I confini convenzionali dei sistemi sociali sono, infatti, sovente, alquanto labili e le loro leggi non scritte. In certi casi non sappiamo di aver sconfinato in uno di essi finché non sono gli altri a dircelo. Gli altri, ovviamente, vedono i nostri spostamenti dall’esterno, per cui godono di migliore prospettiva, anche se mancano spesso di tridimensionalità.
Ancora oggi, nonostante sia comunemente considerato comodo e ingeneroso, è tipico di ognuno di noi condannare le migliori intenzioni altrui che non condividiamo, com’è ancora di moda accusare gli uomini del passato, con tutta la lungimiranza che concedono le valutazioni a posteriori. Dio ci scampi dal giudizio dei posteri, anche quando riguardi il razzismo degli stati confederati, la misoginia dei papi, l’antisemitismo dei francesi avversi a Dreyfus o quella shakespeariana del mercante di Venezia, la pedofilia di Humbert, l’incesto di Woody Allen, la moglie minorenne di Montanelli e la madre ragazzina di Confucio, data in sposa a un ultrasettantenne, la violenza di Amber Heard, il fratricidio di Caino e di Romolo, l’omosessualità di Sodoma e delle rockstar, dei parlamentari, che fu anormale per secoli, l’infanticidio riservato agli spartani imperfetti, i sacrifici umano dei Maya o degli Aztechi.
Costoro agirono in contesti in cui gran parte delle azioni ritenute esecrabili oggi non lo erano affatto.
Ha davvero senso ritenerle umanamente ingiuste, perché lesive della dignità umana? É, la dignità umana, qualcosa di moralmente più oggettivo di una convenzione tra individui? Esiste, del resto, qualcosa di diverso dalle convenzioni sociali? Se l’uomo non fosse, per dirla come Aristotele, un animale sociale, che tipo di animale sarebbe?
Allo stesso modo, si condannavano, come terribili, azioni che oggi, in molti, compiono senza avvertire il minimo senso di colpa. Negli ultimi duemila anni la peggior nefandezza compiuta passò, dalla bestemmia dello spirito santo, al body shaming.
Si vorrebbero ricondurre le azioni rette a un unico canone morale, come se esse potessero ritenersi naturalmente giuste, dì per sé o per il fatto di essere simili in differenti culture e in differenti epoche, ma ciò non dimostra che sia davvero così.
Avremmo sensati motivi di ritenere che la crudeltà, la falsità e l’ingiustizia esistessero anche prima e che gli uomini del passato, interpretando i fatti strumentalmente, in cerca di legittimazione, quando fu necessaria, ma anche inventando ragioni ad hoc, confezionando fatti che non erano accaduti, mentendo o celando le vere ragioni di un’azione, abbiano lasciato tracce abbastanza evidenti del fatto che è difficile ritenerli migliori o peggiori di quelli di oggi. Abbiamo avuto, storicamente, molti esempi in cui, per la promozione o la conservazione di un sistema, sembrasse ammissibile qualche piccolo, congiunturale ma significativo sacrificio individuale. Gesù, per citare un caso famoso, riteneva che il sabato fosse per l’uomo è non viceversa… ma venne crocifisso.
A tutt’oggi, parlare di regole morali naturali solo perché universalmente riconosciute, che facciano parte di una Costituzione e dei comandamenti, oppure che siano invocate da papi, profeti o dai nativi di qualche isola sperduta, resta una forzatura: le regole, anche quelle millenarie, ricavano la loro sensatezza dal contesto in cui si applicano. Ove non fossero applicate o non fossero riconosciute, sarebbero ingiuste.
Esiste un temporaneo e localizzato accordo su quali siano i comportamenti virtuosi e quelli dannosi ma, gli stessi comportamenti, altrove e per altri soggetti, cambierebbero segno e colore.
Non esiste un principio assoluto di giustizia, di non violenza, di coerenza, di verità. Non esiste una legge universale dell’amore o della fratellanza che potesse valere per tutti gli uomini, ovunque nel mondo, centomila anni fa e che valga ancora oggi. Senza il riconoscimento di una comunità che ne condivida l’utilità, nessuna regola è tale. Anche le più banali leggi sulla convivenza civile devono poter basare la propria efficienza sul potenziale rispetto della maggioranza dei loro destinatari, chiamati consociati, a volte, loro malgrado.
Ciò impone una considerazione, poiché il concetto di bene e di male smette di avere a che fare con l’indole degli uomini. Essi non erano originariamente né buoni né cattivi, ma, a seconda dei sistemi in cui vivevano, erano diversamente preparati ad affrontare le complicanze della vita che veniva loro prospettata. Virtù e vizio corrispondono quindi a una qualità ambientale: la bontà e la cattiveria delle scelte non sarebbero mai il frutto di un aprioristico orientamento ma il risultato del posizionamento di chi operi quelle scelte. Come le pecore di un gregge cui il burrone sia celato dalla presenza, davanti a quel burrone, di altre pecore, potrebbero considerare una buona scelta spingere in quella direzione, allo stesso modo, una difficile sopravvivenza, condizioni di partenza particolarmente svantaggiate o poco creative opzioni disponibili, per le scarse possibilità di sviluppi futuri percepite, unite a poca fantasia, poca cultura, poca considerazione per sé stessi e per gli altri, originerebbero azioni moralmente ed eticamente giuste, per chi le operasse, ma differentemente efficaci condotte sociali. Ad esempio, chi si sacrificasse per la vita degli altri sarebbe santo anche se si scoprisse che il sacrificio è inutile.
Il sacrificio di sé è dunque un nobile gesto, ma dobbiamo quindi considerarlo oggettivamente giusto?
Ci sono state opzioni temporaneamente migliori di altre. Potessimo classificare gli uomini in base alla qualità delle scelte operate, date le opzioni disponibili, anziché per il valore estetico di un bel gesto, come in effetti facciamo, nella maggior parte dei casi, forse avremmo un quadro più confuso, dal punto di vista etico, ma sentenze, soprattutto quelle postume, meno ingenerose per gli artefici.
Non sono mai gli uomini a essere inadatti al bene, bensì il contesto inadeguato a certi individui. La scelta conseguente, molto diffusa, a dire la verità, si impone tra agire affinché gli uomini che non ce la fanno siano aiutati oppure rimossi da un contesto che, in loro assenza, sembrerebbe ideale.
Viviamo, oggi, un’apparente tendenza a sistematizzare l’inclusione, a incoraggiare il più possibile l’integrazione, anche se si parla di epoca priva di valori, dedita all’intrattenimento e alla dissolutezza, disinteressata alla virtù, alla morale e alla verità. Qualcuno direbbe che questa è l’epoca del nichilismo e dell’ateismo.
Con ciò, un confronto con la migliore o peggiore propensione alla giustizia delle generazioni passate, pare non solo impossibile, ma anche particolarmente inutile.
Bisogna notare che l’imprescindibilità del contesto, l’impossibilità di separare l’uomo o qualsiasi altro essere dal congiunturale sistema che lo generi e in cui esso vivrà, impone l’acquisizione della consapevolezza di quel sistema, sia in positivo che in negativo, nonché la comprensione di alcune regole fondanti. Quelle regole, appurato che alcuni sistemi sono più articolati di altri, potrebbero essere particolarmente difficili da rispettare, da condividere o, in caso esse non coincidano più con il nostro ideale, da cambiare.
I principi fondativi di un sistema sociale, poi, più del fatto di dover soffrire e morire, ove non siano comprensibili, appariranno derogabili.
Un sistema sociale che debba richiedere il rispetto di regole incomprensibili a consociati poco o nulla consapevoli di esserlo, che non sia in grado di giustificare l’imposizione di quelle regole né di garantire l’adeguata formazione dei suoi membri, si condanna alla disobbedienza generalizzata.
Più importante delle regole è la riconoscibilità della struttura che le richiede, del beneficio, per quanto astratto, cui ricondurre l’onere che sopportiamo.
I membri non formati di un sistema, inconsapevoli di esserne parte e poco sensibili a qualunque tutela esso offra, non condivideranno che esista un retto sentire superiore a ciò che il loro naturale istinto di conservazione imporrebbe.
Un bambino che guardi il mondo per la prima volta, difficilmente si accorgerebbe della fitta rete di equilibri esistenti. Tendenzialmente, lasciato a sé stesso, finirebbe col divenire ostile a ogni imposizione, negandone il senso a priori. Ancora una volta, il male deriva dal sistema.
Per fortuna, nessun bambino, anche crudele, si dice mai cattivo. Anzi, lo si considera innocente anche per i peccati che commette davvero… una sorta di licenza temporanea per chi è alle prime armi e, poi, non sbaglierà più.
Anche a noi stessi concediamo, a volte, la possibilità di trasgredire, ma a fin di bene e nella misura in cui ci diremmo disposti, forse, a perdonare gli altri, come nel caso delle piccole bugie e delle verità taciute per evitare dispiaceri, che devono valere, nella mente di chi mente, più o meno come il nobile silenzio delle culture orientali: la verità che non aggiunga niente di salutare va taciuta.
Per i soli cattolici, essere buoni o cattivi potrebbe addirittura non comportare nessun orientamento etico, ma risolversi con un pentimento tempestivo. L’istituto dell’estrema unzione ammette, per chi avesse scelto una vita di peccato e malvagità, l’opportunità paradossale di pentirsi in extremis, guadagnando perdono e vita eterna. In questo senso, nella concezione cattolica, i buoni non sono quelli che hanno un comportamento retto, quelli che non sbagliano o, se sbagliano, rimediano ai propri errori, ma quelli che si pentono in tempo.
In merito all’essere cattivi, i più, per sé stessi, riterrebbero di avere motivi validi, in certi casi una serie infinita di ragioni e di attenuanti, per agire ai danni di qualcuno; motivi che, a posteriori, li autorizzano a definire un’azione, anziché cattiva, tristemente necessaria, come l’uccisione di una preda per fame, la modifica di un sistema pensionistico insostenibile o il sovvertimento di un ecosistema: ingiusto per qualcuno o per ora, ma giusto per i più o per i posteri.
Penso alle scelte impopolari dei governi tecnici, ma anche ai monaci buddisti, che non uccidono nessun essere vivente, ma, mendicando il loro sostentamento, non rifiutano carne di animali uccisi da altri.
Il bene, per essi, come per il moralismo occidentale, non corrisponde al fisiologico esercizio del male, certo, ma lo sottintende, richiedendo che al mondo vi siano soggetti eticamente meno coinvolti dalle conseguenze delle loro cattive azioni, che lavorino al posto dei buddisti, che siano abbastanza cattivi da cacciare e uccidere, ma non abbastanza da negar loro l’aiuto che chiedano e disposti a esercitare il male anche per essi.
Per quei buddisti, il male non è negativo e attinente all’ignoranza, come per Socrate, ma è anzi necessario al sostentamento del bene.
In senso lato, la vita è possibile per il consumo di risorse che sono vive, il cui consumo è necessario alla vita, come il predatore non è cattivo per i suoi cuccioli, ma lo è per l’agnello; come un crociato protegge la Fede, sterminando gli infedeli.
Il buddista non potrebbe esistere, senza il male. Diverso è per il vegano, per cui è male ogni consumo della vita perpetrato con regole non orientate al bene, alla sostenibilità e al rispetto di tutte le forme di vita oltre la nostra. Per certi versi, l’integralismo vegano corregge il buddismo.
Scrivere in poche parole il tipo di equilibrio che sarebbe necessario avere, a ognuno di noi, per contrastare l’eccessivo attaccamento, o l’eccessiva avversione alle cose, per dirla come il Buddha, sviluppando sufficiente controllo di sé o continenza, come invece diceva Socrate, enkrateia, non è una cosa facile.
Bisognerebbe essere in grado di riconoscere il giusto dosaggio e che esso andasse bene in ogni circostanza.
Le opinioni delle persone non sono mai allineate così durevolmente da non ammettere attriti. Per questo, ogni tanto, qualcuno decide di fissarle, affinché siano un valido punto di riferimento, oppure di imporle, come accade quando il concetto di giusto è sbagliato, di permesso o vietato, viene suggerito non tanto dal nostro pur maturo e disincantato giudizio, ma da regole preesistenti che ci ricordano, entrando in un locale, in una comunità o in un regno celeste, dopo la morte, come ci si dovrebbe comportare.
Tutto ciò potrebbe chiarire che la distinzione tra buoni e cattivi, in realtà, non sia una contrapposizione orizzontale, tra persone che tendono a finalità diverse, ma verticale, tra persone che vogliono la stessa cosa, ma il cui conseguimento pare richiedere competenze diverse, azioni diverse, diverse sensibilità e attitudini, ritenute più o meno pertinenti in ragione del livello di consapevolezza delle cose che si crede di avere acquisito o cui si ritiene di aver diritto, livello che può essere motivatamente superiore o inferiore di quello altrui ma del quale conviene che teniamo conto, come si pretende la precedenza nel traffico perché si proviene da destra, ma occhio ai SUV.
In generale, anche le azioni in seguito risultate più inumane, più inique, nell’intenzione di chi le aveva compiute, erano maturate in un contesto peculiare, per ragioni particolari e ispirate da finalità mai riconducibili all’intento deliberato di realizzare il male.
Rettitudine e abiezione non sono qualità dell’azione, ma della società e il giudizio in merito è assegnato dai suoi membri, in virtù della sensibilità del momento.
Ci saranno sempre eccezionali casi, ascrivibili a rari esempi di lungimiranza e imparzialità, ma anche complicità e connivenza, di persone disposte a dirsi pro o contro una condanna sociale nei confronti di mostri, carnefici e pazzi di tutte le epoche, come ci saranno detrattori e critici di ogni più celebre e acclamata espressione di virtù. Questo sarà più o meno compreso, più o meno permesso, più o meno perdonato, ma riguarderà comunque una valutazione esterna, estranea e soprattutto a posteriori, dell’agire degli altri. Tutto questo non avrà mai a che fare con la comprensione di ciò che è bene e ciò che non lo è.
Sceglie chi può, cosa che ha molto a che fare con il fatto di sapere la differenza tra gli effetti dell’una o dell’altra opzione, tanto che si potrebbe dire che, in realtà, sceglie chi sa.
Ciò non è affatto lontano da quello che diceva Socrate. Che avesse ragione lui?
