Non sono un giurista e, per comprendere la maggiore utilità di uno specifico reato di femminicidio, distinto da quello generico di omicidio, mi sarebbe servito un corso specifico, persino base.
Ok, non lo desideravo affatto… solo il termine che hanno scelto mi procura prurito… non sono neppure un linguista, tra l’altro, ma avrei preferito che si usassero parole più raffinate, magari nobilitate dall’uso del latino o del greco, scorgendo nel termine “ginecidio”, ad esempio, migliori qualità fonetiche e maggiore efficienza scientifica… se qualcuno mai avesse chiesto la mia opinione, naturalmente…
Questo non significa che il reato fosse inutile: chi potrebbe mai dirlo?
Idealmente, tutto serve, perché non il femminicidio?
Se inventassero, per dire, il reato di fruttivendolicidio o elettrauticidio, giuro, mi andrebbe bene… certo, se in qualche modo ciò portasse a un calo negli omicidi di fruttivendoli ed elettrauto. A volte, basta nominare qualcosa che accade ed ecco che smette di accadere. Altre, per contro, quello che non succede e che con ogni probabilità non sarebbe mai successo, accade proprio mentre se ne parla… solo perché se ne parla.
Il dibattito è ancora attuale; se ne sente discutere, in questa parte di mondo, anche al bar, ma al di là di qualche creativa speculazione, più elettorale che di sostanza, pare debba andare, anziché verso il superamento del sessismo, che è un processo lento ma correttamente orientato, secondo l’opinione di molti, rispetto all’evoluzione delle società civili, verso l’esibizione della congenita bestialità umana, come se ci fosse bisogno di esempi di quella, anziché di tutt’altro.
C’è qualcosa di morboso è inconfessato nel compiacimento che provano alcuni spettatori di fronte alle tragedie raccontate dai telegiornali, come se potessero così sperimentare tutta la loro empatia con le vittime e provare a smascherare le trame delle strategie criminali del carnefice, immedesimandosi con le prime o dissociandosi dal secondo per puro svago, perlomeno fino all’attimo estremo in cui sono fortunatamente gli altri a uccidere o a morire.
Ciò è pure antropologicamente interessante, ma può annoiare, alla lunga, e ci si può sorprendere, dopo un po’, abbastanza cinici da non trovare sufficienti motivi per ribellarsi – e forse sarebbe davvero la cosa migliore da fare – alle campagne qualunquiste e strumentali di certi fenomeni da baraccone arruolati in politica.
In quei casi, è sempre meglio aspettare, stando zitti, magari, ma non si sa mai.
In generale, sarei d’accordo con chi pensa che la donna andrebbe sostenuta di più, tutelata e, per quanto paradossale, in uno Stato civile moderno, protetta adeguatamente mentre è viva, da tutti quegli enti che dovrebbero vigilare sull’incolumità delle persone per bene e che probabilmente ci sono già, ma quando sono chiamati a farlo, appaiono di frequente in difficoltà, sottodimensionati e non particolarmente efficaci.
Non parlo della donna come istituzione, non è una questione di bon-ton, di galanteria. Anzi, la galanteria ha rotto… Per certi versi, anche la donna come istituzione ha rotto…
…perlomeno quando l’istituto trasforma la donna in una statua di marmo, un ente astratto; che essa sia tutelata in concreto dipende dal fatto che il Sistema la rispetti come sua parte inscindibile e non celebrandone pubblicamente la particolare vulnerabilità dopo che è stata uccisa; non isolandola, come un virus, dagli altri, come non fosse un membro della società ma un ospite, un passeggero… certo, non fosse che per debellare un virus si procede letteralmente in questo stesso modo… probabilmente è la metafora sbagliata…
Eppure. Immagino che la maggioranza delle donne, anche di quelle che a terzo millennio avviato sognano principi azzurri, sia perfettamente in grado di comprendere la differenza che corre tra galanteria e rispetto.
Del resto, a terzo millennio avviato, è piuttosto sorprendente che persistano uomini convinti che non sia completamente ingiusto assimilare il cessato amore di una compagna ad una qualche forma di inadempienza contrattuale, punibile anche con la morte.
Alcuni di essi, armati solo della propria dipendenza ideologica, senza certezze e spaventati dal mondo e da sé stessi, sono a volte disposti a dire che ciò non sarebbe volere degli uomini, ma di altri e più importanti attori, che, in questa cosa tutta terrena avrebbero interessi ultraterreni.
Eppure, nel dubbio su ciò che un dio volesse, un uomo dovrebbe cercare di agire giustamente, anche a scapito della propria sicurezza fisica e mentale. Come sacrifica la propria vita per l’incolumità dei figli, dovrebbe odiare che li si stuprino, li si sevizino o li si imprigionino.
Per il volere di chi?
… ma sono fattispecie che richiederebbero altri reati, forse, con altri impronunciabili nomi.
Il femminicidio dì per sé è un monumento ai caduti. La tutela dei cittadini dovrebbe opporsi agli abusi, alle molestie, alla mancanza di educazione. Il concetto stesso di sicurezza riguarda la salvaguardia dei vivi, in difesa dai soprusi dei disonesti e dei violenti.
Occuparsi del riconoscimento dell’ideologia dell’aggressore pareva già vagamente superfluo e obsoleto in negativo, per i delitti d’onore, per i duelli… pare ancora indice di scarso livello di civiltà, di negazione del tempo e del contesto, dato che a volte è davvero ora di evolversi, per quelli di matrice religiosa o morale… perché siamo ancora fermi lì?
