La donna uccisa dall’agente dell’ICE a Minneapolis era una poetessa, pare, nonché madre di tre figli.
Di lei si dice che non avesse commesso reati; che fosse una persona comune e che probabilmente avesse interessi e opinioni, anche politiche, come hanno, a volte, le persone comuni.
Il video è stato trasmesso molte volte. Tutti possono accedere alle immagini e farsi un’idea dell’accaduto senza che io debba spoilerare nulla… Certo, sappiamo che i video possono essere manipolati e usati strumentalmente, tanto che potremmo non essere, anche di fronte all’evidenza, sicuri dell’accaduto oltre ogni ragionevole dubbio… ma non è questo il punto.
Diamo pure per assodato che le cose di questo tipo avvengano. Avvengono anche a parti inverse. Infatti, dalle mie parti, recentemente, hanno arrestato un carabiniere. Sbagliò, pare, perché sparò a un ragazzo che aveva appena colpito con un coltello il suo collega, mentre questi stava scappando. Avrebbe dovuto sparare prima, forse… o dopo… chissà.
Non si sa mai esattamente perché certe notizie trapelino e altre no, ma sarebbe strano che ciò avvenisse senza una ragione. É strano, del resto, che le stesse notizie siano presto dimenticate, dai più, come se non fossero mai avvenute.
Ci dev’essere qualcosa di vero nella teoria per cui le cose importanti sarebbero solo quelle successe per ultime e sarebbe bene occuparsi soltanto di quelle, per quanto facciano sempre un figurone gli storici quando riescono a dimostrare che ciò che succeda dopo succede solo a causa di quello che è successo prima…
Non è neppure obbligatorio, per chi sia venuto a conoscenza dei fatti, avere un’opinione in merito, un allineamento ideologico. Capita che, quando trapelano, queste notizie finiscano col generare fisiologicamente simpatie per l’una o l’altra parte, non perché sia giusto o sbagliato ma, evidentemente, perché è naturale che ciò avvenga.
Talvolta, è la stessa notizia a fornire, nel caso il lettore avesse dubbi, una chiave di lettura dei fatti, come se la reazione, ancor prima dell’informazione, fosse, alle volte, auspicata dal cronista, dall’editore o dall’agenzia di stampa… non è mai chiaro fino in fondo a chi giovi tutto questo.
Possiamo così approfittarne e cogliere l’occasione per approfondire questioni etiche e morali, o anche pratiche, per riallineare il nostro soggettivissimo senso di giustizia, se vogliamo, o per il semplice gusto di farlo, perché ci sentiamo coinvolti; scioccati non tanto dall’efferatezza, quanto dall’immedesimazione.
Quando riusciamo a vederci nel ruolo dei protagonisti della notizia e capiamo che una certa cosa poteva succedere anche a noi, infatti, l’informazione, per qualche complessa dinamica psicologica, non ci è più sufficiente: ci viene voglia di occuparcene di più e ci cimentiamo nella valutazione del contesto, senza accontentarci della prima impressione.
Potremmo anche ritenerci sollevati per non dover essere noi a prendere decisioni, sviluppando il comune talento di scoprire l’errore nelle decisioni del giudice designato, ma potremmo anche fidarci di lui, della Legge, del Sistema e di coloro che, avendo in qualche modo voce in capitolo, saranno obbligati a esprimere la loro opinione.
Dalle mie parti, tuttavia, un politico mediamente intelligente si guarderebbe bene da proporre un allineamento netto, esibendo una reazione a caldo a una notizia che riguardi la morte di qualcuno.
Anzi, l’autorità di turno, probabilmente troverebbe un modo istituzionalmente credibile per non averne mai, di reazioni a caldo: leggerebbe in modo asettico una dichiarazione formale scritta da altri, esprimendo ovvia fiducia nella Giustizia e ovvio cordoglio per il dolore delle famiglie delle vittime.
Non è necessario quindi che le parole di circostanza di un politico siano le migliori mai dette, ma suonerebbe assai strano che fossero faziose, di parte. Ci si aspetta tutti che le parole di circostanza siano vacue, incolori… inoffensive.
Qui, in periferia, poi, penseremmo male in molti di chi sostenesse apertamente una certa tesi, che so, utile politicamente, come accade nelle campagne elettorali, risaputamente protratte, per consuetudine, ben oltre i termini di una singola elezione.
Un’opinione brutalmente sincera, senza filtri, senza neppure la delicatezza della cortesia, ce la si aspetta ormai solo dai bambini e dagli ubriachi… o dal nemico.
Paradossalmente, uomini politici che esprimano pareri per nulla disinteressati, animati dall’urgenza di incarnare anche il più vomitevole rigurgito di bile, condiviso o meno, faccia presa sulla folla, sulla massa informe, digiuna di qualunque concezione etica vada al di là dell’occhio per occhio, ebbene, per qualche ragione, non mancano mai neppure dalle nostre parti, anche se non restano popolari a lungo e sono presto superati da nuovi fenomeni, ancor più beceri e più triviali.
Viene da pensare che, anche in America, un uomo politico, evitando provocazioni e polemiche, se potesse, sceglierebbe volentieri di avvalersi del sacrosanto diritto di non rispondere, persino alle domande dirette.
Invece, su questo, come su altre cose, gli Stati Uniti fanno eccezione. Da quelle parti non è detto che si possa, a certi livelli istituzionali, astenersi da un anche improvvido commento a caldo.
Anzi, pare che negli USA la presa di posizione, nientemeno che del Presidente, sia ritenuta piuttosto necessaria, tutt’altro che inattesa e qualche volta energicamente auspicata.
Essa, si dice, serve, come fa il più delle volte un suggerimento, perché crea, in men che non si dica, la base del giudizio per molti americani. Certo, ci sono sempre i bastian contrari, ma sappiano che ciò avrà delle conseguenze: un avvertimento, si sa, salva l’uomo, almeno a metà.
Chi sostiene che certi baluardi della democrazia siano intoccabili — come la libertà di avere un’opinione e di manifestarla liberamente, senza tema di rappresaglie, per dire — ahimè, può darsi che resterà deluso; ma altri, non particolarmente interessati alla pluralità di informazione, frastornati e confusi, rosi dal dubbio di sbagliare e in cerca di semplificazioni, forse si sentiranno sollevati.
La piega autoritaria che derivasse da certe prese di posizione, specialmente lontano dai confini nazionali statunitensi, potrebbe essere chiamata ancora ‘strategia del terrore’.
L’intimidazione funziona: crea traumi, paura, aspettativa. Induce uno stato di emergenza in cui si fanno spesso scelte avventate.
Un uomo però, come disse Grosman, non può vivere in perenne emergenza. Presto si adatta, si organizza e torna alla normalità, anche se l’emergenza non è rientrata.
Quindi, esasperare i termini di un conflitto non può essere una strategia di lungo periodo, anche se spesso è più che sufficiente a provocare il peggio.
Ecco, forse è questo il punto.
Potrebbero esserci buone ragioni alla base di un atto di palese prevaricazione. Anche il genitore che spaventi il figlio con la panzana del lupo cattivo, del resto, prevarica… potrebbe essere davvero necessario, da certi punti di vista, ‘punirne uno per educarne cento’.
Uno Stato autoritario, si sa, non convince mai del tutto, tanto che appare difficile approvarlo a lungo ma, forse, un despota, anche il più brutale tra i demagoghi, che non sbugiardi i suoi generali quando sbagliano, prendendo su di sé il peso delle loro colpe, potrebbe anche farlo perché ignorante fino all’inimmaginabile, ma anche per un estremo e sfrontato atto di responsabilità.
Oppure, rinunciando completamente a rendere conto di una non più irreprensibile condotta, il governatore autoritario di turno potrebbe darsi che rivendichi semplicemente il suo diritto, senza chiedersi troppo se questo diritto esista, di anteporre il fine, forse nobile, forse di interesse comune e non esclusivo, ai mezzi.
L’intimidazione, a qualunque livello della trattativa, anche nell’attimo prima di sganciare una bomba, sembra sempre un segnale di pura arroganza.
Come non rilevare alcuni difetti, nell’assenza di confronto, pure di facciata, nemmeno temporaneamente, con un qualsiasi protocollo etico?
Come smettere di pensare che ogni scorciatoia ideologica tenti di celare speculazioni economiche, manovre finanziarie, tentativi di arricchire il più possibile sé stessi o di impoverire/indebolire gli altri?
Come non convincersi che certe mire espansionistiche somiglino più al bracconaggio che alla politica dei propositi congiunti fissati in tanti trattati? Come non rilevare, invece, un sostanziale disinteresse per il depauperamento delle risorse, per lo sperpero dei beni, lo sfinimento degli alleati, l’esasperazione dei toni e degli animi?
Si parla con una certa insistenza del fallimento del modello occidentale… Probabilmente molti converrebbero che si tratti di un’ingenerosa semplificazione. Sarebbe come sostenere che sia fallita la frutta, per la muffa di alcune arance.
Inoltre, il fallimento della civiltà occidentale pare un concetto buono per gli ultimi tremila anni. Probabilmente, se certi animali che esistono dall’era dei dinosauri, come gli squali e i coccodrilli, potessero parlare, parlerebbero anch’essi di ‘fallimento del modello occidentale’. Se tutti gli abitanti dell’intera Cina e di Oriente scegliessero di vivere e morire in Europa, la loro fine sarebbe comunque ‘il declino del modello occidentale’.
La valutazione postuma di un modello, sia sociale, che politico, che economico, poi, nel senso più lato dell’accezione che a questi aggettivi si possa attribuire, ha a che fare col racconto delle ragioni che l’hanno generato e, inevitabilmente, con tutte quelle che l’hanno portato alla sua fine. Chi rilevi l’inefficienza di un modello per il fatto che è finito, non coglie le più basilari e fisiologiche condizioni dell’esistenza umana.
Tuttavia, anche ipotizzando altri tremila anni di Occidente, chiedo, è di questo avvitamento su sé stesso, a suon di ultimatum, che il nostro modello di civiltà vuole lasciare traccia ai posteri?
Per quanto possa sembrarci grave, la caduta dell’impero non è fu mai così terribile… di qualunque impero si trattasse.
Nessun potere costituito dovrebbe durare abbastanza da avere il tempo di maturare l’idea che, venendo meno, la civiltà, l’evoluzione, l’umanità stessa, sarebbero irrimediabilmente compromesse.
L’umanità, invece, se ne farebbe una ragione. Magari ci metterebbe del tempo, magari faticherebbe ma, molto a posteriori, forse nessuno sarebbe in grado di fare confronti o di apprezzare la differenza.
In pochi, salvo i boomer, che allora non si chiamerebbero più boomer — perché conservatori e nostalgici ci sono sempre stati e ci saranno sempre — ma sentirebbero l’esigenza di rimarcare che, ai loro tempi — o ai tempi antichi, come diceva quel boomer di Confucio — era tutto migliore.
Nessuno, a parte chi, il potere, ce l’abbia, ha interesse a salvarlo se esso non ammette la possibilità di essere ceduto ad altri.
Quando muore un papà, dispiace, ma se ne fa un altro. Morto, un re, viva il re… ma quando dovrebbe morire, se è possibile saperlo, la democrazia? È normale chiederselo, perché non sembra avere per nulla una bella cera…
Come non augurarsi un sano e pronto avvicendamento al potere?
Dovremmo aspirare tutti a una buona alternanza. L’affermazione eterna della giustezza del proprio apporto non nasce dalla conquista del potere ma dalla capacità di cedere il testimone, perché chi conquisti il potere, essenzialmente, lo usurpa a danno di qualcuno nella maggioranza dei casi, detenendolo poi immeritatamente. Mentre chi lo ceda elegge, seleziona, fissa destini.
Lo dico, anche se so che non è per tutti: l’unico presupposto permanente è l’impermanenza.
Ciò vale per qualsiasi cosa, quindi anche per il potere, ma probabilmente non per sempre.
